
Un set trasformato per tre anni in una società sovietica, 700 ore di pellicola e migliaia di partecipanti: DAU arriva finalmente in concorso a Venezia dopo un percorso cinematografico senza paragoni.
Ci sono produzioni cinematografiche complicate e poi c’è DAU. Quello che nel 2006 doveva essere un film biografico relativamente convenzionale sul fisico sovietico Lev Landau si trasformò nelle mani del regista Ilya Khrzhanovsky in un esperimento durato due decenni, capace di generare film, installazioni, controversie e una quantità quasi ingestibile di materiale. Ora la cosiddetta “mother film”, il lungometraggio originariamente immaginato dal regista, è finalmente pronta: dura 165 minuti e arriva in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. È il risultato di un progetto che per anni è sembrato esistere soprattutto attraverso racconti, indiscrezioni e scandali, quasi una delle grandi opere fantasma del cinema contemporaneo.
Per realizzarlo, tra il 2008 e il 2011 venne costruito a Kharkiv, in Ucraina, un enorme istituto scientifico ispirato a quello diretto a Mosca da Landau. Ma non funzionava come un normale set. Migliaia di partecipanti entrarono in una realtà ricostruita secondo le regole dell’Unione Sovietica tra gli anni Trenta e Sessanta. Secondo i resoconti emersi negli anni, venivano utilizzati abiti e oggetti d’epoca, circolavano rubli sovietici appositamente realizzati e telefoni cellulari, computer e internet erano banditi. Ex agenti del KGB interpretarono funzionari del KGB, mentre scienziati reali lavorarono all’interno dell’istituto. I numeri raccontano l’enormità dell’operazione: 392.000 audizioni, 40.000 costumi, 10.000 comparse, 400 ruoli principali, 700 ore girate in 35mm e circa 8.000 ore di dialoghi registrati.
Tre anni dentro un set dove recitare e vivere diventavano la stessa cosa
Il principio di Khrzhanovsky era radicale: scegliere persone il più possibile vicine ai personaggi che avrebbero dovuto interpretare. Addetti alle pulizie diventavano addetti alle pulizie, accademici interpretavano scienziati, criminali e vecchi funzionari dei servizi sovietici assumevano ruoli analoghi. Anche figure come Marina Abramović e Peter Sellars parteciparono al progetto, mentre il premio Nobel per la Fisica David Gross e il matematico Shing-Tung Yau trascorsero periodi nell’istituto svolgendo realmente attività scientifica in costume. Nel ruolo di Dau venne scelto il direttore d’orchestra Teodor Currentzis. Progressivamente la biografia di Landau smise però di essere l’unico centro del progetto e quella ricostruzione iniziò a produrre storie autonome.
È proprio questa sovrapposizione tra esperienza e rappresentazione ad aver alimentato le controversie. Alcuni partecipanti hanno descritto il set come un ambiente estremamente duro e umiliante, mentre altri hanno difeso il metodo del regista e sostenuto che limiti e situazioni fossero concordati. Le polemiche esplosero soprattutto quando DAU. Natasha e DAU. Degeneratsiya furono presentati alla Berlinale nel 2020. Una violenta scena d’interrogatorio in DAU. Natasha provocò accuse di abuso e sfruttamento, respinte dal regista e dagli interpreti coinvolti. La Russia arrivò a vietare il film definendolo “propaganda pornografica”. Nel frattempo, il materiale prodotto a Kharkiv continuava a generare opere differenti: dall’esperimento iniziale sono nati finora 14 lungometraggi, oltre a installazioni ed esposizioni.
La “mother film” riemerge mentre DAU diventa anche un caso politico
Khrzhanovsky è tornato al progetto originario nel dicembre 2023, dopo aver lasciato sostanzialmente intatto per oltre un decennio il materiale girato. Le bobine erano state conservate in ambienti climatizzati, prima in Svizzera e poi a Berlino. Nel 2024 il regista ha persino realizzato nuove riprese utilizzando le ultime scorte di pellicola Fuji 400 che aveva conservato. Il nuovo DAU è organizzato in tre parti, realizzate con tre direttori della fotografia differenti: Jürgen Jürges, Lol Crawley e Manuel Alberto Claro. Rispetto alle opere sperimentali già ricavate dal progetto, questa versione dovrebbe avere una struttura maggiormente cinematografica e vicina a un grande racconto storico, pur allontanandosi nella seconda metà dalla vera biografia di Landau.
L’arrivo a Venezia ha però aperto un nuovo capitolo. Il 17 agosto 2026 il governo ucraino ha contestato ufficialmente la selezione del film, richiamando i legami del progetto con figure russe, tra cui il finanziatore originario Sergei Adoniev, successivamente sanzionato da Ucraina e Stati Uniti per i suoi presunti rapporti con Vladimir Putin. Khrzhanovsky ha respinto l’idea che DAU rappresenti la politica culturale dello Stato russo e ha ricordato di aver rinunciato alla cittadinanza russa dopo l’invasione dell’Ucraina. È l’ennesima trasformazione di un’opera che sembra cambiare significato insieme alla storia: prima biografia, poi esperimento sociale, scandalo, installazione artistica e infine caso geopolitico. Dopo vent’anni trascorsi quasi più come leggenda che come film, DAU arriva così davanti al pubblico di Venezia con una domanda inevitabile: sarà finalmente possibile guardare l’opera separandola dall’enorme e controversa macchina che l’ha generata?
