The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi è il film fuori concorso che chiude la 76a Mostra del Cinema di Venezia. Nel cast Donald Sutherland nei panni di un vecchio artista in decadenza, un insolito Mick Jagger nei panni di un collezionista disposto a tutto, Elizabeth Debiki nei panni di un’affascinante ma fragile insegnante e infine Claes Bang già protagonista dell’acclamato The Square.

Bang interpreta un critico d’arte che vende bugie plausibili ai turisti costruendo su solide impalcature il contesto necessario ad un’opera d’arte affinché questa risulti appetibile.
James Figueras (Claes Bang) un giorno incontra la turista Berenice Hollis (Elizabeth Debicki). I due approdano sul Lago di Como nella lussuosa tenuta del potente collezionista d’arte Cassidy (Mick Jagger). Ai due amanti viene rivelata una semplice e strana richiesta da parte di Cassidy; rubare a qualsiasi costo uno dei capolavori dallo studio dell’artista Jerome Debney (Donald Sutherland), una sorta di J.D. Salinger del mondo dell’arte. Presto la coppia si renderà conto che la missione che stanno per copiere nasconde qualcosa di oscuro.

Il film è un thriller ma non rivela subito la sua identità, nella parte iniziale si prende il suo tempo per introdurci in quella che sarà la vera storia. Passiamo la maggior parte del tempo a chiederci dove voglia arrivare e chi sarà la vittima.
Figueras è assetato di gloria e successo e costruisce la sua professione e forse la sua stessa identità sulle bugie. Una straordinaria quanto deludente scoperta su Debney lo spinge oltre i suoi stessi limiti manipolando la realtà a suo favore.
Il personaggio si troverà incastrato nella sua stessa trama.

Peccato che tutta la storia diventi davvero avvincente solo alla comparsa di Sutherland e che il vero film inizi quando è già tutto finito e siamo ai titoli di coda.
C’è una scena in particolare che ritengo superflua perché la tensione che la caratterizza si ripete in una seconda scena che è praticamente la fotocopia della precedente e non mi spiego questo accanimento.

Gli interpreti sono stati eccezionali, anche Jagger che vestiva bene i panni del collezionista d’arte pieno di soldi e di noia. Per Sutherland non sono necessarie ulteriori parole, è sufficiente il nome per suscitare un certo brivido. Lui e pochi altri interpreti sanno vestire i panni di personaggi così inquietanti.
Il protagonista, Bang, è lo stesso che abbiamo visto in The Square con la sua recitazione essenziale e rigorosa.

In qualche modo questo film mette insieme, senza riuscirci del tutto, la tensione dei film di Htichcock con i giochi della sorte che vediamo in alcuni film di Woody Allen come Match Point o Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Un mix di caso e fortuna con l’ambizione del protagonista.
Anche The Burnt Orange Heresy si unisce alla schiera di film tratti da letteratura che abbiamo visto primeggiare in questa edizione del Festival. Il romanzo omonimo è di Charles Willeford.