Non dimenticare i fiori copertina libro

Il bene genera bene nonostante tutto, è questo ciò che ci insegna la vita di Izumi e Yuriko, madre e figlio coinvolti in due cambiamenti importanti, la malattia e l’attesa di una vita nuova nel nuovo romanzo di Kawamura Genki “Non dimenticare i fiori” edito da Einaudi.
Genki realizza un romanzo dagli echi orientali capace di far riflettere, dove il concetto di memoria e di identità si mescolano dimostrando che è la condivisone della vita insieme a determinare il valore del legame familiare. Un legame che in questo caso sembra capovolgersi, la fragilità diventa occasione di cura, genitore e figlio smettono di essere due categorie e divengono due modi d’essere.
Izumi riscopre il passato, il timore, il senso della dimenticanza e prende su di sé la malattia della madre Yuriko, aprendosi al suo essere padre, è la logica dell’amore senza condizioni che cresce inesauribilmente (proprio come i fiori) e che riesce a sovvertire ogni male e ogni dolore: madre e figlio rinascono nello sguardo e nel ricordo di entrambi, gli sbagli e le delusioni non trovano più posto. Genki narra un amore eterno, fedele, l’unico che trasforma e che cambia, che genera e dà la grande possibilità di rinascere sempre. Proprio perché alla fine la vita è un continuo dare e ricevere amore.

Leggere questo libro è stato come percorrere un cammino fatto di tratti unici, di salite continue e di tappe fondamentali che interrogano e richiamano. È una storia di vita che insegna e che parla al lettore in modo toccante, delicato, Yuriko e Izumi sono i protagonisti, madre e figlio hanno attraversato momenti non sempre facili ma rimangono legati da un rapporto indissolubile, dove la memoria e i ricordi giocano un ruolo essenziale. Lo stile di Genki è leggero, allo stesso tempo acuto e delicato, capace di tessere il racconto di due persone così diverse eppure vicine, ciascuno con un evento particolare. Izumi che diventa papà per la prima volta e Yuriko che manifesta i primi sintomi di Alzheimer. La nascita di una vita nuova e la lenta, inesorabile dimenticanza del passato, di se stessi.

L’intreccio di questi due grandi temi rappresenta la vera ricchezza di tutto il libro, dove l’amore ha una forza straordinaria, si trasforma in dono, in cura, passa da Yuriko a Izumi e viceversa. Quest’ultimo si trova in mezzo a due grandi cambiamenti e nonostante l’impreparazione, talvolta l’immaturità, riuscirà a trarre un profondo insegnamento e un significato a tutto il percorso intrapreso. Perché ogni evento è collegato dal filo invisibile della memoria, che traccia e imprime l’esperienza esistenziale dei protagonisti: lo stesso ricordo in entrambi viene vissuto in maniera diversa, dà vita a un’emotività differente ma riporta alla medesima fonte, l’amore. Amore materno e filiale come coprotagonista unico poiché l’uno genera, nutre l’altro, Izumi diventa padre riscoprendo il valore profondo di essere figlio e proprio in quanto tale rivede la propria madre con occhi nuovi. Un percorso di crescita che Genki descrive in modo sottile e quasi poetico. Yuriko invece è madre ma a causa della malattia ha bisogno dello sguardo attento del figlio, divenendo, per così dire, figlia.

Avviene come uno scambio tra i due, Izumi, che è stato cresciuto da lei completamente da sola, dovrà poi prendersi cura della madre. Questo passaggio non è così scontato e facile: nel mezzo intercorrono tutte le difficoltà, le parole non dette, le impossibilità che la vita stessa ha riservato loro. L’amore li tiene uniti e ognuno riscopre, diventa, risente l’altro in una circolarità vitale, sofferente, bellissima. Malattia e consapevolezza, inizio e discesa, dare e ricevere vita sono i costanti movimenti che scandiscono i passi di una madre e di un figlio alla ricerca di se stessi negli occhi e nelle azioni reciproche. È toccante e ricco di significato questo duplice filo, attraverso la malattia passa vita nuova, Yuriko si manifesta al figlio e lo stesso torna a lei con una nuova attenzione, con una capacità riconoscente che solo il dolore e l’affetto estremo sanno dare.

Genki realizza un romanzo, a mio avviso, di una bellezza e di una delicatezza uniche e particolari, capaci di far riflettere e immedesimare. “Non dimenticare i fiori” rappresenta il tentativo di trasformare la fragilità in occasione per amare fino in fondo nonostante tutto. Amare i difetti, i limiti, gli sbagli, i silenzi, le distanze, le dimenticanze che i protagonisti vivono su se stessi. Non basterebbe un libro o una storia per narrare le molteplici forme attraverso cui si manifesta e si esprime l’amore tra una madre e un figlio. Però questa vicenda in particolare potrebbe aiutare a scorgere cosa c’è al di là di determinate situazioni e scelte. Il diario nascosto, la fuga, la paura di Izumi ne sono un esempio. Il tutto in realtà riesce a trovare il suo senso, il suo posto nella logica dell’amore incondizionato.

Yuriko alla fine rivive nel e grazie al figlio ed egli riconosce di aver ricevuto un grande dono: il ricordo dei momenti vissuti insieme, il bellissimo viso della madre da giovane, la cura e quel sentimento che lo fanno essere padre a sua volta. Egli ha già in sé questa potenzialità grazie all’essere madre di Yuriko. Come spesso accade, il senso di ogni avvenimento lo si trova sempre insieme a qualcun altro, entrambi i personaggi del libro lo testimoniano.

Questo dono innesca una catena intergenerazionale formidabile capace di resistere alla malattia e all’inevitabilità. Genki, con semplicità e accuratezza, celebra l’amore che cambia, un amore “trasformatore” che ridà rispetto, attenzione, gratitudine. Quell’amore che fa capire che “forse perdere qualcosa significa crescere”, quell’amore che riesce a perdonare per poter ricominciare, che non giudica ma che accetta ogni limite e ogni vulnerabilità. Quel bene che dopo lunghe sofferenze diviene un grazie autentico.

Trovare le parole adatte per descrivere il contenuto emotivo di questo libro è difficile, mi ha emozionata lo stile della scrittura che è capace di far passare delle riflessioni non sempre facili portando alla luce delle domande che prima o poi, forse, nella vita si possono incontrare e che necessitano di una risposta. Kawamura Genki porta il lettore all’interno di questi interrogativi, facendo intravedere il bene nascosto e segreto che lega un genitore al proprio figlio: può attraversare momenti di buio, di sofferenza ma è solo da esso che si genera altra vita, altra possibilità, altro bene.

Yuriko, Izumi e Hinata (figlio di Izumi, che nasce solo verso la fine del romanzo) sono la testimonianza del modo in cui l’amore e la gratuità si trasmettono e scorrono senza sosta e di come, al loro posto, possano benissimo starci i nostri nomi.

Martina Zorzin
Vive a Chiampo, un grazioso paese in provincia di Vicenza, laureata in Scienze dell'Educazione è educatrice, appassionata di Lis e di biblioterapia; è donatrice di voce volontaria. Scopre l'amore per la letteratura grazie ai racconti e alle storie che i suoi genitori le leggono (e le fanno leggere!) fin da piccolissima. Timida, non le piace tanto parlare, ma in compenso è una "chiacchierona" quando scrive. Sogna di diventare come Isabel Allende; si perde come niente ma la fantasia non le manca: crede nel potere terapeutico e magico dei libri; i libri sono compagnia, ricerca, incontro, cura.