R.M.N. di Cristian Mungiu, una storia di Natale drammatica. In competizione al Festival di Cannes. Recensione

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Nella selezione ufficiale del Festival di Cannes anche Cristian Mungiu con il suo R.M.N. una storia di Natale drammatica sulla famiglia e sull’integrazione.

Transilvania, in un villaggio multietnico Mathias fa ritorno a casa dopo aver lasciato il suo lavoro in Germania. Mathias vuole impegnarsi maggiormente nell’educazione del figlio Rudi, lasciato per troppo tempo alle cure della madre Ana, e liberare il ragazzo dalle paure irrisolte che lo hanno preso, portandolo a un mutismo inspiegabile e dovuto probabilmente a qualcosa che il bambino ha visto in montagna da solo.

Inoltre Mathias è preoccupato per il suo vecchio padre, Otto e anche desideroso di vedere la sua ex amante, Csilla. Quando alcuni nuovi lavoratori vengono assunti nella piccola fabbrica gestita da Csilla, la pace della comunità è disturbata, le paure di fondo attanagliano gli adulti e frustrazioni, conflitti e passioni esplodono attraverso la sottile patina di apparente comprensione e calma.

La storia è quella di una piccola comunità circondata dalle montagne e alle prese con le tipiche ristrettezze mentali di paese, tutto ciò che è diverso, tutto ciò che è sconosciuto e nuovo viene visto con sospetto. I due extracomunitari di origine srilankese infatti trovano difficoltà ad essere accettati e nessuno vuole comprare il pane che loro hanno preparato nella fabbrica dove Csilla li ha assunti. Solo lei fin dall’inizio, insieme con poche altre persone, li accoglie e li aiuta a integrarsi cercando allo stesso tempo di imparare qualcosa della loro cultura.

Il film è uno scorcio su altri mondi, altre comunità e allo stesso tempo un approfondimento, attraverso diversi personaggi dell’emarginazione. Osservando, infatti, lo schema dei personaggi di R.M.N. possiamo vedere come ciascuno di essi pur vivendo all’interno dello stesso villaggio è in realtà un solitario, emarginato dal contesto in cui agisce.

Mathias per esempio è come il John Wayne di Sentieri selvaggi, non varca mai davvero la soglia di casa, sembra non appartenere a nessun luogo, pure frequentando sia casa della madre di suo figlio che quella di Csilla con la quale non riesce ad andare oltre la passione di poche notti rubate al tempo che corre.

Il figlio di Mathias, Rudi scegliendo di non parlare, sceglie di escludersi da una società che evidentemente gli fa paura e che non sa come affrontare, è solo un bambino eppure anche per lui che ci è praticamente nato in quel villaggio sembra non esserci posto.

Csilla vive della sua musica e compone con il suo contrabbasso, in compagnia di un bicchiere di vino, lei dirige una fabbrica e ha un amante, la passione per la musica, eppure anche lei è sola, non inserita davvero in nessuno dei contesti che abita.

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Infine abbiamo i due extracomunitari, gli emarginati per eccellenza, sui quali la comunità si accapiglia addirittura per decidere il da farsi.

Mungiu ci mostra dunque diverse forme di solitudine e emarginazione e lo fa, ironicamente, raccontando la storia in un contesto natalizio, con i simboli dell’amore e della comunità per eccellenza là dove una reale unione nel villaggio multietnico in montagna non esiste un solo colore e questa è la sintesi del mondo intero attraverso il microcosmo di R.M.N.