Director’s Diary, Sokurov trasforma 34 anni di storia sovietica in un viaggio di cinque ore
Presentato fuori concorso a Venezia, il film mescola memoria personale, propaganda e riflessione politica con uno stile unico.
Con Director’s Diary, Aleksandr Sokurov torna a Venezia con un’opera monumentale e radicale, capace di condensare 34 anni di storia sovietica – dal 1957 al 1991 – in cinque ore di cinema senza intervallo. Una durata estrema, ma che non si traduce in staticità: la narrazione si muove con ritmo incalzante, alternando ricordi personali, materiali d’archivio e riflessioni sul potere, la cultura e le contraddizioni di un’epoca che ha lasciato segni indelebili sul presente.
Non è un diario filmico in senso tradizionale, né un documentario storico classico. Sokurov intreccia esperienze vissute in prima persona con un flusso di immagini e testi che guidano lo spettatore attraverso le vicende politiche e sociali della seconda metà del Novecento. Il risultato è un’opera a metà tra confessione intima e affresco universale, che riesce a restituire il senso di un tempo sospeso e ciclico.
La scelta stilistica è tanto innovativa quanto spiazzante: sullo schermo scorrono testi e annotazioni, accompagnati da filmati in bianco e nero provenienti dalla propaganda sovietica. Il movimento della cronologia, rappresentato come un grafico che discende dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, funge da cornice visiva e concettuale. Un dispositivo semplice, quasi minimalista, che però genera un impatto sorprendentemente potente.
Sokurov non si limita a rievocare la memoria, ma costruisce un mosaico di contraddizioni: il pathos dei discorsi ufficiali contrapposto alle tragedie silenziate, la propaganda ottimista accostata alle rivolte represse, i miti culturali mondiali intrecciati ai traumi di un sistema politico incapace di rigenerarsi.
Tra memoria collettiva e confessione personale
Uno degli aspetti più interessanti di Director’s Diary è il modo in cui Sokurov lega l’esperienza personale alla storia collettiva. I ricordi di un’infanzia segnata dalla Seconda guerra mondiale e dal clima oppressivo della Guerra fredda diventano lo specchio di un’intera generazione. L’intreccio tra memoria privata e contesto storico genera un racconto che, pur partendo da un vissuto intimo, assume un respiro universale.
Non mancano riferimenti inattesi: accanto ai conflitti internazionali e alle crisi geopolitiche, Sokurov inserisce note eccentriche come le cronache sugli incidenti aerei o i riferimenti alle band rock occidentali. Un dettaglio che restituisce l’idea di un tempo fatto non solo di grandi eventi, ma anche di frammenti di cultura popolare che hanno accompagnato, nel bene e nel male, il vissuto quotidiano.
Un’opera ambiziosa tra rivelazioni e limiti
La forza del film risiede nella sua capacità di restituire l’atmosfera di un’epoca in tutta la sua ambiguità. La propaganda sovietica, con le immagini patinate di Lenin, Krusciov e Breznev, diventa un controcanto ironico e amaro alle repressioni in Ungheria e Cecoslovacchia. Lo sguardo critico su Margaret Thatcher, alternato a un’inaspettata comprensione per le sue paure sull’Europa, mostra un regista capace di cogliere sfumature anche nei leader più controversi.
Tuttavia, l’enorme accumulo di dati e suggestioni non sempre si traduce in conoscenza nuova. A volte lo spettatore ha la sensazione di essere più richiamato a ricordare che realmente a scoprire. La durata, seppur coraggiosa, rischia di trasformare l’esperienza in un test di resistenza, rendendo il film più un’epigrafe alla carriera di Sokurov che una tappa imprescindibile.
Director’s Diary resta comunque un’opera di grande fascino, capace di fondere confessione intima e riflessione storica in un linguaggio unico. È un film che chiede impegno, tempo e attenzione, ma che restituisce in cambio un ritratto complesso e stratificato del Novecento, filtrato dallo sguardo di uno degli autori più radicali del nostro tempo.