John Lennon torna sullo schermo, l’ultimo documentario di Soderbergh divide il pubblico: il finale cambia completamente prospettiva
Steven Soderbergh torna dietro la macchina da presa con John Lennon: The Last Interview, un documentario che prova a raccontare uno degli episodi più tragici e inquietanti della storia della musica moderna: l’ultima intervista concessa da John Lennon poche ore prima della sua morte. Il film recupera infatti la conversazione registrata l’8 dicembre 1980 nell’appartamento del Dakota Building di New York, trasformandola nel cuore di un racconto sospeso tra memoria, malinconia e tragedia imminente.
L’intervista venne realizzata dai giornalisti Dave Sholin, Laurie Kaye e Ron Hummel della radio americana KFRC. Proprio mentre lasciavano l’edificio con le registrazioni, i reporter furono fermati da un fan insistente e inquietante. Per tranquillizzarlo, Laurie Kaye gli consegnò una copia del nuovo album Double Fantasy. Quel ragazzo era il futuro assassino di Lennon. Un dettaglio agghiacciante che il documentario sceglie di non enfatizzare troppo, preferendo concentrarsi sull’immagine di un Lennon sereno, pieno di progetti e sorprendentemente ottimista sul futuro.
Il vero problema del documentario è l’uso dell’intelligenza artificiale
Nonostante la forza emotiva del materiale originale, il film di Soderbergh ha però diviso fortemente la critica internazionale per una scelta stilistica precisa: l’utilizzo continuo di immagini generate con intelligenza artificiale. Nel corso del documentario, le parole di Lennon vengono accompagnate da sequenze visive artificiali che cercano di illustrare temi come pace, musica, amore e controcultura, ma il risultato è stato giudicato freddo, impersonale e spesso visivamente povero.
Molti osservatori si aspettavano addirittura che Soderbergh usasse l’AI per ricreare direttamente John Lennon e Yoko Ono durante l’intervista, ipotesi già considerata controversa ma potenzialmente più interessante dal punto di vista cinematografico. Invece il regista opta per una soluzione più prudente, alternando materiale d’archivio tradizionale, fotografie storiche e animazioni digitali che finiscono però per appesantire il racconto invece di valorizzarlo.

Le parole di Lennon restano il cuore più potente del film
Al di là delle critiche sull’aspetto visivo, il documentario conserva comunque un forte interesse storico grazie alla conversazione originale. Lennon appare rilassato, curioso e ancora profondamente coinvolto nella musica e nel cambiamento culturale dell’epoca. Tra i passaggi più interessanti emergono le sue riflessioni su gruppi allora emergenti come i B-52’s e The Clash, segno di una mente ancora aperta alle nuove generazioni musicali nonostante il peso della propria leggenda.
Il film arriva inoltre in un periodo in cui i documentari dedicati a John Lennon e Yoko Ono si sono moltiplicati. Negli ultimi anni sono usciti titoli come One to One: John & Yoko di Kevin Macdonald, Borrowed Time di Alan G Parker e The Lost Weekend: A Love Story, dedicato alla relazione tra Lennon e May Pang. Rispetto a questi lavori, The Last Interview sceglie un approccio molto più ristretto e intimo, limitandosi quasi esclusivamente alla registrazione di quell’ultima giornata. Ed è proprio questo contrasto a rendere il documentario stranamente malinconico: mentre Lennon parla del futuro, della musica e della libertà, lo spettatore sa già che tutto sta per interrompersi poche ore dopo. Una consapevolezza che finisce per dare più forza alle sue parole rispetto alle immagini artificiali che cercano continuamente di accompagnarle.
