Nessun dolore mette Roma davanti alle sue contraddizioni | Gianni Amelio torna a parlare di migrazione attraverso Alessandro Borghi: il film convince più quando resta umano

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Gianni Amelio firma un dramma civile diretto e sentimentale, forse imperfetto ma capace di affrontare l’immigrazione senza trasformarla soltanto in slogan, affidandosi soprattutto alla fragilità del protagonista interpretato da Alessandro Borghi.

Nessun dolore è un film che non cerca di nascondere ciò che vuole dire. Gianni Amelio torna su un terreno che conosce bene, quello delle migrazioni, dell’esclusione e della difficoltà di riconoscere l’altro come parte della stessa comunità. Ma invece di costruire un’opera fredda o programmatica, sceglie di partire da un uomo comune e da una colpa che lo costringe a guardare il mondo in modo diverso. Il risultato è un film semplice, a tratti persino troppo esplicito, ma proprio questa semplicità diventa anche uno dei suoi punti di forza. Amelio non sembra interessato a sorprendere con la forma: vuole che lo spettatore rimanga vicino ai personaggi e alle conseguenze concrete di un tema che troppo spesso viene ridotto a una contrapposizione astratta.

Il protagonista è Davide, trentenne interpretato da Alessandro Borghi, che vive da solo e vende pochi libri in una bancarella a Piazza Risorgimento, Roma. È un uomo mite, quasi fuori posto, circondato più dai volumi accumulati in casa che da relazioni reali. La persona a lui più vicina è Elsa, professoressa universitaria interpretata da Valeria Golino, che gli porta libri usati e gli consiglia di leggere Furore. Poi accade qualcosa che distrugge l’equilibrio già fragile di Davide: per una concatenazione di eventi, si ritrova coinvolto nella morte di un bambino nordafricano. Da quel momento il senso di colpa diventa il motore del film.

Alessandro Borghi regge il film senza trasformare Davide in un santo

La scelta più interessante di Nessun dolore è quella di costruire Davide come un uomo buono senza renderlo automaticamente eroico. Alessandro Borghi lavora soprattutto sulla sottrazione, mostrando un personaggio spaesato, incapace di gestire pienamente ciò che gli accade ma determinato a reagire. Quando decide di ospitare Aminah, giovane algerina incinta e senza casa interpretata da Beidja Yahiaoui, non sembra farlo per ideologia o per eroismo. È una risposta personale alla colpa, quasi un tentativo di riparare qualcosa che non può davvero essere riparato.

La sua abitazione, piena di libri e inizialmente silenziosa, comincia così a riempirsi di persone che cercano un posto dove stare. È qui che il film trova una delle immagini più efficaci: Davide diventa progressivamente uno straniero dentro casa propria. Amelio ribalta quindi la prospettiva abituale e mette il protagonista nella posizione di chi deve ridefinire continuamente il proprio spazio, le proprie regole e il proprio rapporto con gli altri. È un’idea forte perché rende fisico il tema dell’accoglienza, mostrando quanto sia facile sostenerla in astratto e quanto diventi più complessa quando modifica concretamente la nostra vita.

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Il limite di Nessun dolore è la sua stessa volontà di essere chiaro

Il film vuole parlare apertamente di immigrazione, intolleranza, esclusione sociale e invisibilità urbana, e in alcuni passaggi questa intenzione diventa troppo evidente. Amelio non teme la didascalia e talvolta i personaggi sembrano portare sulle spalle il peso del messaggio che devono esprimere. Il rischio è che alcune situazioni perdano naturalezza proprio nel momento in cui vorrebbero essere più incisive. Eppure, quando il film smette di spiegare e si limita a osservare, riesce a essere molto più potente.

Roma funziona in questo senso come un personaggio ulteriore. Non è semplicemente uno sfondo, ma una città che rende visibile la distanza tra chi possiede uno spazio e chi vive ai margini. Amelio guarda soprattutto agli ultimi, alle persone che esistono fisicamente nelle strade ma che sembrano non avere un vero posto all’interno della società. Il discorso politico è evidente, ma il film è più interessante quando evita di trasformarlo in una lezione e lo lascia emergere attraverso corpi, stanze e rapporti umani.

Nessun dolore dialoga idealmente anche con Lamerica, ma non prova a ripeterne la forza. Qui il viaggio è già finito: il problema è ciò che accade dopo l’arrivo, quando la parola integrazione si scontra con la realtà quotidiana. È un film forse sbilanciato, sicuramente meno sottile di quanto potrebbe essere, ma possiede una sincerità che gli impedisce di diventare sterile. Amelio sembra voler ricordare che dietro ogni discussione sull’immigrazione esistono persone prima ancora che categorie. È un’idea elementare, e forse proprio per questo oggi continua a essere necessaria. Nessun dolore funziona quando rimane vicino a questa intuizione e alla vulnerabilità di Davide, molto meno quando cerca di trasformarla in una risposta definitiva. La sua forza non sta nell’offrire soluzioni, ma nel costringerci a guardare individui che il dibattito pubblico tende troppo facilmente a ridurre a numeri, problemi o slogan.