Everest: The Other Side lascia senza fiato | Jimmy Chin torna sulla montagna più estrema, ma questa volta l’impresa pesa diversamente: la domanda che il film non riesce a evitare

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Il nuovo documentario di Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi è visivamente impressionante e spesso tesissimo, ma dietro la spettacolarità dell’impresa emerge un conflitto morale che il film affronta solo a metà.

Everest: The Other Side è uno di quei documentari che riescono a catturare lo spettatore quasi contro la sua volontà. Le immagini sono spettacolari, la montagna appare immensa e ostile, ogni movimento sembra poter trasformarsi in tragedia. Eppure, proprio mentre il film costruisce quella tensione fisica che Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi conoscono benissimo, cresce anche un’altra sensazione: il disagio. Non per la difficoltà tecnica dell’impresa, ma per il prezzo umano che questo tipo di ossessione può comportare. È qui che il documentario diventa davvero interessante, perché finisce per mettere in crisi la stessa idea di eroismo che sembra voler celebrare.

Il punto di partenza è il progetto di Jim Morrison e Hilaree Nelson: salire lungo il versante nord dell’Everest e poi ridiscendere con gli sci. Per i due, l’alpinismo estremo non è soltanto una passione, ma una forma di identità. Il film presenta questa spinta come qualcosa di quasi inevitabile, un bisogno profondo di affrontare il limite per sentirsi pienamente vivi. È un linguaggio familiare a chi conosce il cinema di Chin e Vasarhelyi, già capaci con Free Solo di trasformare l’estremo in qualcosa di magnetico. Ma qui la situazione è diversa, perché il rischio non ricade soltanto su chi sceglie di affrontarlo. Quando entrano in scena i figli di Nelson, la retorica dell’impresa personale smette di essere così facile da accettare.

Il film è potentissimo quando mostra la montagna, molto meno quando deve affrontarne il prezzo

La svolta arriva in modo brutale quando il documentario mostra gli ultimi momenti di Hilaree Nelson prima della sua morte durante una discesa sugli sci. In pochi istanti, ciò che fino a quel momento poteva essere raccontato come ricerca del limite diventa qualcosa di molto più difficile da romanticizzare. La tragedia non resta astratta: lascia due figli senza madre e trasforma inevitabilmente il modo in cui si guarda tutto ciò che viene dopo. Da quel momento, ogni nuovo gesto di coraggio può essere letto anche come una nuova esposizione al rischio, e il film non riesce più a liberarsi completamente da questa contraddizione.

La scelta narrativa, però, è quella di spostarsi verso il percorso di Morrison, che decide di portare avanti la missione sull’Everest anche come forma di omaggio alla compagna scomparsa. È una decisione comprensibile sul piano emotivo, ma non per questo priva di interrogativi. Il documentario racconta anche il passato doloroso di Morrison e costruisce attorno a lui una figura inevitabilmente empatica. Ma la sua determinazione a tornare ancora una volta verso il pericolo rimane difficile da osservare senza pensare alle conseguenze che un’altra tragedia potrebbe avere sulle persone rimaste a casa.

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Le immagini sono straordinarie, ma la vera tensione è tutta morale

Dal punto di vista visivo, Everest: The Other Side è difficilmente contestabile. Le riprese ravvicinate restituiscono la fatica fisica, il respiro corto, il gelo e la vulnerabilità dei corpi, mentre le immagini più ampie trasformano la montagna in qualcosa di quasi astratto per dimensioni e potenza. La salita di Morrison e della sua squadra è raccontata con una precisione che rende ogni passo inquietante. Anche quando si conosce il linguaggio di questi documentari, la tensione funziona perché il pericolo è reale e non ha bisogno di essere costruito artificialmente.

Ed è proprio questo il paradosso del film. Più la montagna diventa spettacolare, più ci si ritrova a chiedersi se la spettacolarità basti davvero a giustificare il rischio. La presenza dello stesso Jimmy Chin nella spedizione rende il conflitto ancora più evidente, soprattutto quando Elizabeth Chai Vasarhelyi compare davanti alla macchina da presa e mette in discussione apertamente il numero di amici e colleghi morti inseguendo imprese simili. Il documentario sfiora così un tema enorme: fino a che punto una vocazione personale può continuare a essere raccontata come nobile quando il suo costo potenziale ricade anche sui figli, sui partner e sulle famiglie?

La sensazione finale è che Everest: The Other Side abbia tra le mani una domanda più interessante dell’impresa stessa, ma non trovi il coraggio di seguirla fino in fondo. Il film continua a cercare una forma di elevazione e di riscatto, mentre le immagini e le tragedie che mostra suggeriscono qualcosa di molto più ambiguo. Come esperienza cinematografica è avvincente, a tratti persino ipnotica. Come riflessione sull’alpinismo estremo, però, resta incompleta. Il suo vero valore sta proprio nella frizione che produce: ci lascia ammirati davanti alla montagna, ma molto meno certi di dover ammirare chi continua a sfidarla a qualsiasi costo.