Soudain emoziona Cannes, il nuovo film del regista di Drive My Car divide la critica: il dettaglio che pesa davvero

Ryusuke Hamaguchi torna con un dramma intenso tra Parigi e Kyoto, sospeso tra delicatezza emotiva e ambizioni filosofiche.

Dopo il successo internazionale di Drive My Car, il regista giapponese Ryusuke Hamaguchi torna dietro la macchina da presa con Soudain (All of a Sudden), un’opera ambiziosa che affronta temi come malattia, cura, amore e mortalità attraverso una narrazione lenta e profondamente meditativa. Presentato nel circuito festivaliero internazionale, il film rappresenta uno dei progetti più particolari della carriera del regista, anche perché per la prima volta la storia non si sviluppa interamente in Giappone ma si divide tra Parigi e Kyoto.

Ispirato al libro saggistico You and I: The Illness Suddenly Get Worse di Makiko Miyano e Maho Isono, il film nasce dalla collaborazione tra Hamaguchi e la sceneggiatrice franco-giapponese Léa Le Dimna. Il risultato è un racconto di quasi tre ore che alterna momenti di grande sensibilità emotiva ad altri più teorici e volutamente riflessivi. Una costruzione che ha già diviso parte della critica internazionale, affascinata dalla delicatezza dello sguardo del regista ma meno convinta dalla sua componente più intellettuale e programmatica.

La storia tra la casa di cura e l’incontro che cambia tutto

La protagonista è Marie-Lou, interpretata da Virginie Efira, direttrice di una casa di cura privata a Parigi chiamata “Garden of Freedom”. Qui viene applicato il metodo della humanitude, una tecnica assistenziale basata sull’attenzione totale alla persona e sulla relazione empatica con i pazienti. Il film mostra con grande sensibilità la quotidianità della struttura, soffermandosi soprattutto sul rapporto tra caregiver e anziani affetti da demenza o malattie degenerative.

La vita di Marie-Lou cambia quando incontra casualmente Tomoki, un ragazzo giapponese autistico apparentemente smarrito per strada. Attraverso lui entra in contatto con il nonno Gorô, un attore coinvolto in uno spettacolo sperimentale sulla cura psichiatrica, e soprattutto con Mari, regista della rappresentazione interpretata da Tao Okamoto. Tra Marie-Lou e Mari nasce un legame profondo, fatto di conversazioni intime, silenzi e riflessioni sull’esistenza, mentre la malattia della donna continua lentamente a peggiorare.

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Hamaguchi costruisce un film intenso ma a tratti troppo teorico

Il cuore emotivo di Soudain funziona soprattutto nei momenti più realistici e concreti. Hamaguchi mostra con estrema delicatezza gli anziani ospiti della struttura, il rapporto con le famiglie e la trasformazione delle loro vite nel tempo. Alcune delle scene più potenti arrivano proprio quando il film si concentra sulla fragilità umana senza bisogno di grandi spiegazioni o simbolismi, lasciando spazio ai gesti quotidiani e all’osservazione silenziosa dei personaggi.

È invece nella relazione tra Marie-Lou e Mari che il film tende a diventare più divisivo. I lunghi dialoghi filosofici sulla cura, sul capitalismo e sulla società contemporanea rischiano a volte di appesantire il racconto, dando alla narrazione un tono quasi didattico. Hamaguchi costruisce un’opera elegante e visivamente raffinata, ma spesso molto consapevole della propria importanza tematica. Nonostante questo, il regista riesce comunque a mantenere intatta la sua capacità di raccontare la vulnerabilità umana con autenticità e sensibilità rara. Alla fine, Soudain resta un film capace di colpire soprattutto quando abbandona le ambizioni più teoriche e lascia parlare semplicemente le persone, i loro corpi stanchi e la paura improvvisa di perdere ciò che conta davvero.