
Rooney e Kate Mara interpretano due gemelle inseparabili in una storia ispirata a fatti reali, ma l’ultima fiction di Werner Herzog alterna intuizioni eccentriche a lunghi passaggi incapaci di trovare un vero centro emotivo.
Bucking Fastard è uno di quei film che sembrano contenere almeno tre opere diverse senza riuscire davvero a sceglierne una. C’è il ritratto di due sorelle gemelle legate da una dipendenza quasi assoluta, c’è la cronaca grottesca di uno scandalo sentimentale e giudiziario, e c’è infine una strana fiaba sull’ossessione per un luogo impossibile nel quale ricominciare. Con Werner Herzog dietro la macchina da presa, una simile combinazione potrebbe sembrare perfetta: pochi registi hanno costruito una carriera tanto coerente intorno a esseri umani spinti verso desideri assurdi, territori estremi e convinzioni incomprensibili agli altri. Eppure, proprio qui sta la sorpresa meno piacevole. Il materiale sembra Herzog fino al midollo, ma il film raramente possiede la forza necessaria per trasformarlo in qualcosa di memorabile.
Ispirato alla vicenda reale delle gemelle britanniche Freda e Greta Chaplin, Bucking Fastard sposta la storia in Irlanda e affida i ruoli principali alle vere sorelle Rooney Mara e Kate Mara. Le loro Jean e Joan Holbrook vivono in una relazione quasi impermeabile al mondo esterno: parlano spesso all’unisono, condividono abitudini, emozioni e soprattutto un’esistenza che sembra avere senso soltanto finché l’altra rimane al proprio fianco. È un punto di partenza potentissimo, perché il film potrebbe interrogarsi sull’identità, sull’autonomia e sul confine tra affetto e annullamento. Herzog, invece, preferisce spesso utilizzare questa simbiosi come elemento bizzarro, quasi come se l’eccentricità delle due donne bastasse da sola a renderle interessanti. Il risultato è che Jean e Joan finiscono per essere osservate molto più di quanto vengano realmente comprese.
Rooney e Kate Mara hanno il materiale per un grande film, ma Herzog le lascia sospese
La prima parte trova una certa energia nell’arrivo del vicino interpretato da Orlando Bloom, figura seducente e irresponsabile che rompe il fragile equilibrio delle gemelle. Il rapporto tra i tre assume brevemente la forma di un’insolita relazione sentimentale condivisa, prima che gelosia, risentimento e ossessione portino la vicenda verso il conflitto. Qui Bucking Fastard sfiora qualcosa di davvero interessante: l’ingresso di un terzo elemento in un universo costruito per due obbliga le protagoniste a confrontarsi con un desiderio individuale che non può essere perfettamente sincronizzato. Ma il film non approfondisce fino in fondo questa frattura. Preferisce passare rapidamente dalla commedia sentimentale al disagio, dal disagio alla causa legale e dalla causa legale a una nuova fase narrativa.
Il titolo stesso nasce durante il processo, attraverso uno scambio verbale deformato pronunciato dalle sorelle, e sintetizza bene il tono scelto da Herzog: un umorismo storto, spesso infantile, che convive con una materia molto più dolorosa. In teoria il contrasto potrebbe funzionare. In pratica, la comicità finisce troppe volte per trasformare Jean e Joan in personaggi da osservare con curiosità piuttosto che in due donne da conoscere. Domhnall Gleeson, nei panni di un assistente sociale che prova ad accompagnarle verso una maggiore autonomia, introduce una prospettiva più empatica, ma anche il suo personaggio sembra attraversare la storia senza riuscire a modificarne realmente il peso. Il film possiede attori capaci di suggerire molto più di quanto la sceneggiatura permetta loro di esprimere.

Il tunnel verso le Orcadi è l’idea più herzoghiana e insieme il sintomo del film
La parte più curiosa arriva quando le sorelle si trasferiscono in campagna da una zia e scoprono un tunnel all’interno di una collina. Jean e Joan decidono di prolungarlo convinte che possa condurle fino alle Orcadi, immaginate come una sorta di luogo ideale nel quale finalmente vivere felici. È un’immagine talmente assurda da sembrare concepita apposta per Herzog: esseri umani che scavano contro la geografia, la logica e forse persino contro il mondo perché incapaci di accettare la realtà così com’è. Ed è proprio in questi momenti che Bucking Fastard lascia intravedere il film che avrebbe potuto essere. Il tunnel non è soltanto un progetto folle, ma la materializzazione del bisogno delle due protagoniste di costruire una via d’uscita da una vita che non sono mai riuscite a governare.
Il problema è che questa intuizione arriva all’interno di un racconto già troppo dispersivo. Herzog continua ad accumulare eventi, deviazioni e cambi di tono senza trasformarli in una progressione emotiva realmente percepibile. Quando il film arriva alla fine, è successo molto ma sembra essere cambiato pochissimo. Questa è la sua contraddizione più frustrante: Bucking Fastard racconta due esistenze teoricamente straordinarie e riesce comunque a renderle sorprendentemente leggere, quasi effimere. Rooney e Kate Mara lavorano con precisione sulla complicità fisica delle gemelle e sulla loro dipendenza reciproca, ma il film sembra più attratto dall’anomalia che dalla sofferenza che la alimenta. Herzog ha sempre saputo trovare grandezza negli ossessionati, nei folli e negli individui che sfidano il buon senso; qui, invece, sembra accontentarsi di guardarli da lontano. Rimane qualche momento divertente, alcune immagini autenticamente bizzarre e un’idea finale dal sapore quasi verniano, ma non basta. Bucking Fastard non è un film privo di fascino: è peggio, è un film pieno di possibilità che continua a lasciarsele scappare.
