
Presentato nella sezione Orizzonti a Venezia, Falling House usa il conflitto tra un padre e la sua famiglia per raccontare controllo, paura e desiderio di fuga in una storia che oscilla tra realismo sociale e commedia nera.
Falling House parte da un’idea semplice e brutalmente efficace: un uomo che lavora in carcere torna a casa e trasforma la propria abitazione in una prigione. Mohsen Gharaei costruisce così un dramma domestico che non ha bisogno di grandi metafore elaborate, perché il suo significato emerge direttamente dai gesti dei personaggi. Rashid Hafizhi, interpretato da Farhad Aslani, è un secondino di basso livello, schiacciato da problemi economici, sospetti sul lavoro e da una famiglia che sente sempre più distante dal proprio controllo. Quando scopre che la figlia maggiore vuole partire, la sua risposta non è ascoltare o comprendere, ma chiudere porte, imporre regole e trasformare la paura in autorità.
Il film funziona perché non presenta Rashid come un semplice mostro. È un uomo confuso, orgoglioso, ferito e profondamente incapace di accettare che le persone che ama possano desiderare qualcosa che lui non sa offrire. È stato accusato ingiustamente di aver favorito un’evasione e rischia di perdere la casa in affitto. In questo contesto scopre che la figlia Ensi, interpretata da Laleh Marzban, vuole cercare lavoro come modella in Turchia. Per lei restare significa accettare limiti professionali e personali che considera ormai insostenibili. Per lui, invece, quella scelta suona come una diserzione. Da qui nasce il cuore del film: una famiglia che non discute più del futuro, ma di chi abbia il diritto di decidere quello degli altri.
Farhad Aslani trasforma Rashid in una figura insieme patetica e minacciosa
Farhad Aslani è centrale nel dare spessore a un personaggio che avrebbe potuto diventare facilmente una caricatura dell’uomo autoritario. Rashid è fisicamente imponente, ma il film lascia intravedere continuamente la sua fragilità. Sembra sempre un passo indietro rispetto agli altri, quasi consapevole di non capire davvero il mondo che gli sta cambiando attorno. Proprio per questo reagisce irrigidendosi. Prima chiude Ensi, poi la moglie Zitab, interpretata da Rina Raminfar, infine anche la figlia più giovane. La casa si trasforma gradualmente in un’estensione del carcere nel quale lavora, ma con una differenza fondamentale: qui il suo potere non deriva da un ruolo istituzionale, bensì dal bisogno disperato di sentirsi ancora necessario.
Gharaei sceglie un linguaggio diretto, a volte persino troppo esplicito, ma la forza del film sta proprio nella sua capacità di non addolcire il conflitto. La frase “questa è la mia prigione e faccio io le regole” non lascia molto spazio all’interpretazione, ma sintetizza perfettamente la logica di Rashid. L’uomo pensa di proteggere la famiglia mentre la sta soffocando. Crede di difendere un ordine mentre contribuisce a distruggerlo. E più perde il controllo, più insiste nel volerlo esercitare. È un meccanismo semplice, ma reso convincente dalle interpretazioni e dal continuo senso di pressione che attraversa la casa.
La casa che crolla fuori riflette una famiglia che si sta già sgretolando dentro
Uno degli elementi più efficaci di Falling House è la presenza costante dei lavori di demolizione all’esterno. Bulldozer e macchine stanno preparando il terreno per un nuovo complesso abitativo, mentre la famiglia Hafizhi vive all’interno di una casa fragile e destinata a essere spazzata via. È un’immagine evidente, forse persino troppo precisa, ma funziona perché collega la condizione privata a qualcosa di più ampio. La famiglia sta perdendo il proprio spazio fisico nello stesso momento in cui perde anche il proprio equilibrio. Persino le macchine che dovrebbero demolire la loro casa finiscono paradossalmente per rappresentare una possibile via d’uscita.
Il film può essere letto come un dramma sociale, ma possiede anche un lato più assurdo e nero. Alcune battute sembrano costruite proprio per alleggerire la tensione e rendere ancora più evidente la follia della situazione. È questo doppio registro a impedire a Falling House di diventare un’opera monocorde. Gharaei racconta una famiglia in crisi, ma lascia spazio a una comicità amara che nasce dalla sproporzione tra ciò che Rashid vuole ottenere e il modo disastroso in cui cerca di farlo.
La forza di Falling House sta proprio nel non offrire una soluzione facile. Non c’è una vera riconciliazione possibile finché il bisogno di controllo viene scambiato per amore. Il film suggerisce che la fuga possa essere l’unica risposta razionale, ma ricorda anche quanto sia difficile fuggire quando mancano soldi, documenti e una porta aperta. È un’opera dura, poco sottile ma molto coerente, che usa una singola abitazione per raccontare una dinamica molto più grande. Il titolo non riguarda soltanto una casa che rischia di essere abbattuta: riguarda soprattutto una famiglia già crollata dall’interno, sotto il peso di un’autorità che non sa più distinguere tra protezione e possesso.
