Too Much Sugar sorprende Venezia | Robert Greene trasforma una famiglia del Missouri in un film collettivo: il protagonista perde il controllo del racconto

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Un documentario vivace, caotico e molto umano che parte dall’ego di un padre ingombrante e finisce per dare voce a chi, per anni, è rimasto ai margini della sua storia.

Too Much Sugar comincia come se dovesse essere il ritratto di un uomo e finisce per diventare qualcosa di molto più interessante: il racconto di tutte le persone che quell’uomo ha costretto, volontariamente o meno, a orbitargli intorno. Robert Greene sceglie come centro iniziale Ryan “Holli-wood” Hollinger, ex combattente amatoriale di MMA, carpentiere occasionale e padre di sei figli avuti da cinque donne. È rumoroso, carismatico, convinto di poter motivare chiunque e soprattutto persuaso di essere il protagonista naturale di ogni stanza in cui entra. Sarebbe facile costruire attorno a lui un documentario grottesco o apertamente accusatorio. Greene, invece, fa qualcosa di più intelligente: gli concede il centro della scena e poi permette lentamente agli altri di sottrarglielo.

Il regista racconta di aver incontrato Ryan durante una partita di basket scolastica a Moberly, Missouri, trovandolo inizialmente insopportabile per il suo modo invadente di seguire il figlio dalla linea laterale. Con il tempo nasce però un rapporto personale e da quella vicinanza prende forma il progetto. Ryan vorrebbe che il film parlasse soprattutto di paternità e del modo in cui lui interpreta il proprio ruolo. Il problema è che quasi tutti gli altri membri della famiglia possiedono una versione differente della stessa storia. Ed è proprio questa frizione a rendere Too Much Sugar molto più ricco del semplice ritratto di un uomo sopra le righe.

Il documentario funziona quando smette di credere al suo protagonista

Ryan è il tipo di persona che sembra vivere dentro una propria autobiografia permanente. Indossa slogan motivazionali, li urla agli altri e costruisce intorno a sé una figura di padre combattivo, presente e capace di guidare tutti. Ma i figli non sempre riconoscono quell’immagine. Gavin, 23 anni, arriva a chiedersi apertamente se il padre sia un narcisista e teme che il documentario possa finire per legittimare la versione che Ryan offre di se stesso. Anche gli altri figli, tra cui Tray, Wayde, Hank e Bonnie, restituiscono prospettive che incrinano progressivamente il racconto paterno.

La presenza più importante emerge però quasi in sordina. Amanda, compagna intermittente di Ryan da 18 anni, inizialmente sembra una figura laterale. Non è la madre biologica dei suoi figli e appare quasi schiacciata dalla personalità dell’uomo. Poco alla volta, però, diventa il vero baricentro emotivo del film. Il suo racconto delle infedeltà, delle assenze e della fatica accumulata cambia completamente la prospettiva. È qui che Too Much Sugar smette definitivamente di essere una curiosa storia familiare e diventa una riflessione su quanto sia facile costruire una propria mitologia personale quando gli altri non hanno ancora avuto la possibilità di raccontare la loro versione.

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I film girati dalla famiglia diventano la parte più originale e rivelatrice

La scelta migliore di Robert Greene è quella di non limitarsi a intervistare i protagonisti. A ogni partecipante viene data la possibilità di realizzare un piccolo film secondo le proprie regole. Nascono così cortometraggi molto diversi tra loro: autoritratti più realistici, incursioni nell’horror, storie di gangster, commedie elaborate. Non sono semplici intermezzi decorativi. È proprio attraverso il modo in cui ogni persona sceglie di impugnare una macchina da presa, mettere in scena un’esperienza o reinventarla che emergono aspetti che una normale intervista probabilmente non avrebbe mai raggiunto.

Il dispositivo potrebbe sembrare artificioso, ma sorprendentemente produce l’effetto opposto. Più il documentario esplicita la componente di performance, più diventa evidente quanto ogni membro della famiglia abbia costruito una propria narrazione per sopravvivere a ciò che ha vissuto. Accanto ai Hollinger entrano anche altre figure, come Michael, amico di Ryan segnato dalla morte violenta del figlio adolescente, e sua figlia Auveon. Dolore, trauma, desiderio di essere ascoltati e bisogno di cambiare finiscono così per ampliare il film ben oltre l’originario tema della paternità.

Too Much Sugar è volutamente irrequieto, a volte persino sovraccarico, ma la sua energia non appare gratuita. Il caos formale riflette quello della famiglia che racconta. Anche la presenza autoriale di Greene si riduce gradualmente, mentre il progetto diventa più collettivo e coinvolge anche i suoi studenti di giornalismo documentario dell’Università del Missouri. Alla fine, l’aspetto più riuscito non è scoprire se Ryan sia un buon padre o un pessimo padre, ma vederlo costretto a confrontarsi con un principio molto più semplice: non può essere lui a decidere come gli altri devono ricordarlo. Too Much Sugar parte da un uomo convinto di essere il protagonista assoluto e trova la sua forza proprio quando gli dimostra che una famiglia non appartiene mai a una sola voce.