
All’esordio nel lungometraggio, Ashgan El-Hamus costruisce un ritratto corale e profondamente umano della campagna egiziana, trasformando una famiglia numerosa nel terreno di scontro tra appartenenza, povertà e diritto delle donne a scegliere il proprio futuro.
Al Baraneya non ha fretta di raccontare una storia nel senso più tradizionale del termine. Prima ancora di individuare una protagonista, il film di Ashgan El-Hamus vuole farci entrare in un luogo. La macchina da presa osserva una comunità rurale alle porte del Cairo, segue bambini, donne e uomini nelle attività quotidiane e lascia che siano gesti apparentemente semplici a costruire il mondo del film. Il risultato ha qualcosa del documentario familiare, anche perché la regista possiede un legame personale con quella zona. Non c’è la sensazione di osservare un ambiente ricreato per il cinema: il villaggio sembra continuare a vivere indipendentemente dalla presenza della cinepresa.
Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia, il film trova progressivamente il proprio centro in Amal, interpretata da Reem Amer. È la maggiore di cinque sorelle, è sposata ed è incinta del primo figlio. Il suo corpo racconta già un cambiamento che lei stessa sembra faticare ad accettare: la giovinezza spensierata trascorsa insieme alle sorelle sta finendo e davanti a lei si apre una vita regolata da responsabilità, matrimonio e aspettative familiari. El-Hamus non trasforma immediatamente questa situazione in un conflitto. Prima lascia che percepiamo quanto Amal ami quel luogo e quelle persone. È proprio perché il legame è autentico che il desiderio di qualcosa di diverso diventa più doloroso.
La terra tiene unita la famiglia, ma può diventare anche una gabbia
La famiglia vive in condizioni economiche difficili, ma possiede qualcosa che ha un valore molto superiore al denaro immediato: il campo di grano ereditato dagli antenati. Amal lavora accanto al padre Sayed e agli altri parenti, tagliando il grano con strumenti manuali. Di notte le donne tornano nei campi con lampade fissate sulla fronte per raccogliere il gelsomino, che viene trasformato in piccole collane profumate vendute dalle ragazze ai passeggeri dei treni. Sono sequenze importanti perché mostrano contemporaneamente bellezza e fatica. El-Hamus non idealizza la vita rurale, ma nemmeno la presenta come qualcosa da cui fuggire automaticamente.
L’equilibrio viene alterato quando uno sconosciuto propone alla famiglia di acquistare la proprietà, aprendo la possibilità di trasferirsi in abitazioni più spaziose al Cairo. La vendita significherebbe denaro e forse una vita materialmente più comoda, ma comporterebbe anche la rinuncia al principale legame tra la famiglia e il proprio passato. Il film avrebbe potuto trasformare questa decisione nel motore di una trama convenzionale. Preferisce invece lasciarla sullo sfondo e osservare quello che provoca nei singoli personaggi. È una scelta interessante, perché il terreno finisce per rappresentare qualcosa di diverso per ognuno: sicurezza, memoria, lavoro, prigionia oppure possibilità economica.

Amal scopre un’altra possibilità di vita e il film trova finalmente la sua voce
Il cambiamento più importante arriva con Rania, cugina di Amal che lavora come estetista al Cairo. Quando torna nel villaggio porta con sé vestiti, unghie finte, jeans e video di TikTok. Sono oggetti piccoli, quasi banali, ma nel mondo di Amal assumono una forza enorme. Non rappresentano semplicemente la modernità contro la tradizione: mostrano concretamente che esistono modi differenti di essere donna. Amal comincia così a immaginare una vita nella quale possa prendere decisioni senza doverle continuamente negoziare con la madre, il marito o il resto della famiglia. Le sue ribellioni rimangono inizialmente modeste, ma bastano a mettere in crisi un sistema nel quale l’indipendenza femminile viene percepita come una minaccia all’ordine domestico.
È proprio qui che Al Baraneya diventa più convincente. La sceneggiatura di El-Hamus e Roelof-Jan Minneboo non costruisce Amal come un’eroina che deve necessariamente abbandonare il villaggio per emanciparsi. La questione è più sottile: ciò che rivendica è soprattutto il diritto di scegliere. Restare, partire, essere madre, lavorare o desiderare qualcosa di diverso acquistano valore soltanto quando non sono decisioni già prese dagli altri. Questa ambiguità impedisce al film di trasformarsi in una semplice contrapposizione tra campagna arretrata e città liberatrice.
La struttura rimane volutamente dispersiva e non tutte le deviazioni funzionano allo stesso modo. Alcune situazioni vengono ripetute, altri personaggi sembrano apparire proprio quando vorremmo conoscerli meglio e certe parentesi hanno un carattere quasi autonomo rispetto al racconto principale. Ma sarebbe un errore chiedere ad Al Baraneya una precisione narrativa che evidentemente non ricerca. La fotografia di Douwe Hennink alterna interni duri e poco addolciti a esterni dai colori più morbidi, lasciando che il villaggio rimanga imperfetto, rumoroso e vivo. È proprio questa imperfezione a dare personalità all’esordio di Ashgan El-Hamus. Al Baraneya non racconta un luogo da salvare o da abbandonare, ma qualcosa di molto più complicato: quanto possa essere difficile diventare se stessi quando ciò che ci limita coincide anche con tutto ciò che abbiamo sempre chiamato casa.
