Sumo: Spirit Weighs Nothing cambia il modo di guardare il ring | Erik Shirai racconta quattro vite consumate dalla disciplina: la forza non è dove immaginiamo

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A Venezia 83, il documentario di Erik Shirai supera lo stereotipo del sumo come semplice prova fisica e osserva da vicino sacrificio, identità e fragilità di chi dedica l’intera esistenza a questa disciplina.

Sumo: Spirit Weighs Nothing è un documentario sportivo solo in apparenza. Erik Shirai parte dal sumo, dalle lotte, dai corpi, dalla gerarchia e dalla disciplina, ma evita di costruire il film attorno ai risultati o alla spettacolarità dei combattimenti. Quello che gli interessa davvero è capire cosa resti di un atleta quando il gesto fisico smette di essere sufficiente a spiegare tutto. Girato nell’arco di un anno e presentato nella sezione Spotlight di Venezia 83, il film segue quattro figure appartenenti a età e livelli differenti, componendo un ritratto del sumo molto più complesso di quello spesso percepito da uno sguardo occidentale.

Al centro ci sono il grande campione Yokozuna Terunofuji, 33 anni, la stella emergente Hiradoumi, 24 anni, il diciannovenne Yonezawaryu e il quindicenne Kosei, soprannominato “little giant”. La scelta di seguire quattro percorsi così diversi permette a Shirai di mostrare il sumo non come un punto d’arrivo, ma come una struttura che cambia significato a seconda del momento della vita. Per un giovane è promessa, per un atleta in ascesa è ossessione, per un campione affermato può diventare persino una forma di prigionia.

Il documentario convince quando mostra il prezzo nascosto dietro la disciplina

Il personaggio più impressionante è probabilmente Terunofuji. Il suo rango lo colloca quasi in una dimensione sacrale, ma il film evita di trasformarlo in un’icona distante. Lo osserva invece nel privato, accanto alla moglie e al figlio, mentre il corpo presenta il conto di anni di sacrifici. Il diabete, i dolori e le ginocchia ormai compromesse rendono evidente la contraddizione più dura del sumo: raggiungere il vertice non significa liberarsi dal peso della disciplina, ma doverlo sostenere fino a quando qualcuno non sarà in grado di prendere il proprio posto.

È proprio questa tensione tra prestigio e logoramento a rendere il film interessante. Shirai non romanticizza il dolore e non lo usa come semplice strumento per esaltare la grandezza degli atleti. Quando Yonezawaryu mostra dubbi sul percorso intrapreso dopo aver ferito un compagno durante un combattimento, il documentario apre uno spazio di vulnerabilità che conta più di qualsiasi vittoria. Il sumo emerge allora come un ambiente in cui il combattimento fisico è solo la parte più visibile di una pressione molto più profonda.

Kosei mostra il lato più inquietante di un sistema che chiede tutto fin da giovanissimi

Le sequenze dedicate a Kosei sono forse quelle che restano maggiormente impresse. A soli 15 anni e con un peso di circa 68 kg, viene spinto ad aumentare rapidamente la propria massa corporea. Il film mostra le abbuffate, il bisogno di mangiare velocemente per superare il senso di sazietà e persino il cibo tenuto vicino al letto per continuare ad assumere calorie durante la notte. È un passaggio disturbante perché rompe definitivamente l’immagine folkloristica del sumo e la sostituisce con quella di una disciplina che pretende una trasformazione totale del corpo fin dall’adolescenza.

Shirai, però, non sembra interessato a condannare dall’esterno. La sua macchina da presa resta vicina ai lottatori e lascia emergere la loro convinzione, i loro dubbi e il significato spirituale che attribuiscono a ciò che fanno. Questo approccio evita facili moralismi, ma non elimina il disagio. Al contrario, lo rende più forte, perché lo spettatore è costretto a confrontarsi con una domanda difficile: quando una scelta è davvero libera se nasce all’interno di un sistema che richiede dedizione assoluta fin da giovanissimi?

Il titolo Spirit Weighs Nothing trova qui il suo senso più preciso. Il film sposta continuamente l’attenzione dal peso fisico a quello interiore, ricordando che nel sumo la battaglia decisiva non è soltanto contro l’avversario. Un singolo incontro può durare pochi secondi e distruggere mesi di preparazione, ma è proprio questa precarietà a trasformare ogni combattimento in una prova mentale prima ancora che atletica.

Sumo: Spirit Weighs Nothing riesce così a essere molto più di un documentario sullo sport. È un film sulla disciplina, sull’identità e sul prezzo della devozione. Non tutte le quattro storie hanno lo stesso peso e in alcuni momenti il racconto avrebbe potuto approfondire maggiormente le contraddizioni culturali che mostra, ma la scelta di restare vicino agli atleti funziona. Erik Shirai non cerca di spiegare il sumo dall’esterno: prova a farci sentire cosa significhi viverlo dall’interno. E quando il film riesce davvero in questo intento, la forza smette di coincidere con il corpo e diventa qualcosa di molto più difficile da misurare.