Furies trasforma una rapina in rivolta | Due sorelle sfidano banche, debiti e un Paese allo stremo: il film corre con rabbia e disperazione

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Rami Kodeih firma un esordio potentissimo ambientato a Beirut, dove un colpo in banca diventa il modo più diretto per raccontare cosa succede quando un sistema economico smette di proteggere le persone.

Furies parte come un heist movie, ma il denaro non è mai soltanto denaro. In un Libano devastato dal collasso bancario, dall’inflazione e da una quotidianità fatta di blackout e risparmi congelati, la rapina immaginata da Maro e Dalia non nasce dall’avidità. Nasce dalla sensazione di essere state derubate prima ancora di entrare in banca. Rami Kodeih costruisce il film proprio su questa inversione morale: chi dovrebbe essere considerato criminale quando un istituto trattiene i soldi dei cittadini mentre una donna non può permettersi un’operazione necessaria?

La storia è ambientata nella primavera del 2022, tre anni dopo il crollo del sistema bancario libanese. Maro, interpretata da Rym Mroue, cerca disperatamente di ottenere accesso ai propri risparmi per pagare l’intervento della sorella minore Dalia, interpretata da Maria Nakouzi, a cui è stato diagnosticato un cancro uterino. La malattia è stata scoperta in tempo, ma l’assicurazione copre solo una piccola parte dei costi. Da qui il film mostra una serie di tentativi sempre più umilianti: vendere gioielli di famiglia, cercare prestiti, chiedere aiuto, perfino valutare strade estreme pur di trovare il denaro necessario.

Il film funziona perché la rapina nasce da una relazione prima ancora che da un piano

La vera forza di Furies sta nel rapporto tra le due sorelle. Maro è più impulsiva, protettiva e pronta a esplodere; Dalia appare invece più capace di dissimulare la paura e di cercare momenti di normalità. La malattia pesa su entrambe, ma in modo diverso. Maro vive l’urgenza come una responsabilità personale e sembra incapace di fermarsi, mentre Dalia continua a cercare spazi di libertà, tra serate fuori e relazioni occasionali. È proprio questa differenza a rendere credibile il loro legame: non sono due eroine perfettamente allineate, ma due persone che si amano e reagiscono alla stessa catastrofe con strategie opposte.

Il piano nasce quasi per caso, quando Maro scopre che un appartamento vicino alla banca potrebbe offrire un accesso al caveau. Da quel momento il film cambia ritmo e comincia a giocare apertamente con le regole dell’heist movie, ma senza diventare mai elegante o patinato. Qui non ci sono tecnologie sofisticate, hacker o squadre di professionisti impeccabili. Ci sono attrezzi, improvvisazione, rabbia e bisogno. Ed è proprio questo a rendere tutto più teso: ogni errore sembra possibile perché nessuno dei protagonisti è davvero preparato a ciò che sta facendo.

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Beirut non è uno sfondo, ma il motivo per cui tutto questo diventa possibile

Ad affiancare le sorelle arrivano Sunshine, fattorino anziano interpretato da Issam Bou Khaled, e Hamza, autista di camion dell’acqua interpretato da Hasan Akil. Sono due presenze opposte. Sunshine porta con sé una calma piena di rimpianto, mentre Hamza è costantemente sul punto di crollare, schiacciato dai debiti e dalle pressioni di un boss locale. Il suo nervosismo rende il piano ancora più instabile, perché il pericolo non arriva soltanto dalla banca o dalla polizia, ma anche da chi dovrebbe collaborare.

Kodeih, che firma la sceneggiatura insieme a Nora Mariana, utilizza il quartiere e la città come parte integrante della tensione. Beirut appare viva, affollata, contraddittoria, ma anche logorata. Il film non interrompe mai la storia per trasformarsi in una lezione sulla crisi libanese: lascia che siano i corpi stanchi, i soldi che non valgono più nulla e le discussioni sul costo della vita a spiegare il contesto. Anche la memoria della guerra civile e le tensioni sociali emergono in modo laterale, senza appesantire il racconto.

La regia trova un equilibrio notevole tra adrenalina e realismo. Il montaggio è nervoso, la macchina da presa segue i personaggi da vicino e il film mantiene una sensazione costante di precarietà. Ogni successo sembra temporaneo, ogni decisione può trasformarsi in un errore irreparabile. Eppure Furies non perde mai l’ironia, soprattutto nei dialoghi tra le sorelle e nei momenti in cui il gruppo tenta di organizzare una rapina enorme con mezzi quasi ridicoli.

È proprio questa miscela a distinguere il film. Furies non idealizza la criminalità e non trasforma le protagoniste in simboli puri della ribellione. Mostra persone spinte verso scelte estreme da un sistema che ha già consumato quasi tutte le alternative. La rapina diventa allora meno una fantasia di ricchezza che un tentativo di riprendersi ciò che si considera proprio. Il denaro nel caveau non rappresenta il lusso, ma cure mediche, sopravvivenza e una possibilità di futuro.

Furies è un esordio ambizioso e sorprendentemente sicuro, capace di usare un genere popolare per raccontare una crisi economica senza sacrificare né la tensione né i personaggi. Le interpretazioni di Rym Mroue e Maria Nakouzi danno al film una forza emotiva autentica, soprattutto nei momenti in cui la paura viene nascosta dietro battute, sguardi e piccoli gesti di protezione. La rapina è il motore narrativo, ma il cuore resta altrove: in due sorelle che cercano di sopravvivere dentro un sistema che ha smesso di promettere qualsiasi forma di sicurezza. Ed è proprio per questo che il film colpisce: non racconta persone che vogliono troppo, ma persone a cui è rimasto troppo poco.