
In concorso alla Settimana Internazionale della Critica, il cortometraggio di Sara Scalera usa la ricerca di una bambina per raccontare la fine dell’infanzia e il lato segreto dei luoghi che crediamo di conoscere.
Una bambina scompare, due sorelle la cercano e il paesaggio attorno a loro sembra improvvisamente cambiare significato. È da questa premessa semplice che Puca, cortometraggio diretto da Sara Scalera, costruisce un racconto sospeso tra realismo, memoria e fantastico. Presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Venezia, il film è ambientato all’inizio degli anni Novanta e sceglie l’estate italiana come spazio emotivo prima ancora che geografico. La sparizione della piccola Puca non diventa soltanto il centro della vicenda, ma il dispositivo attraverso cui tutto ciò che circonda le protagoniste comincia a rivelare una natura più ambigua, familiare e insieme misteriosa.
La storia segue tre sorelle, Lotti, Malibù e Puca. Le prime due, prese dai propri desideri adolescenziali, escono di nascosto mentre i genitori dormono per raggiungere un bar dove sperano di incontrare il ragazzo che piace a entrambe. Puca, la più piccola, insiste per seguirle e riesce a farsi portare con loro. Durante il tragitto, vicino alla spiaggia, la bambina sostiene di aver visto una sirena. Il dettaglio sembra inizialmente appartenere all’immaginazione infantile, ma acquista progressivamente un peso diverso. Una volta arrivate al bar, Lotti e Malibù si lasciano assorbire dai propri drammi e perdono di vista la sorella. Da quel momento comincia una ricerca che interrompe bruscamente la leggerezza del pomeriggio.
La scomparsa di Puca trasforma l’estate in un paesaggio inquieto
La forza del cortometraggio sta soprattutto nel modo in cui Sara Scalera costruisce il mondo attorno alle protagoniste. La ricerca della bambina porta Lotti e Malibù a guardare davvero ciò che prima sembrava soltanto sfondo. Emergono i manifesti funebri, un alimentari chiuso, le sedie di plastica bianca, il biliardino, il suono insistente delle cicale e quella sensazione sospesa tipica dei piccoli centri durante l’estate. Tutti elementi quotidiani che il montaggio isola e trasforma in segni. Il paese non è più semplicemente il luogo in cui le ragazze vivono, ma un organismo fatto di memorie, abitudini e dettagli che sembrano custodire qualcosa di non detto.
Il cortometraggio si apre e si chiude sulla roccia chiara del Sud Italia, costruendo una forma circolare che rafforza il senso di ritorno e trasformazione. Ma quando il racconto si conclude, quello stesso paesaggio non è più identico a come appariva all’inizio. La scomparsa di Puca produce infatti uno scarto: obbliga le protagoniste a confrontarsi con il rischio, con il senso di colpa e con la possibilità che il mondo non sia completamente decifrabile. Il loro scontro e la fugace apparizione della sirena segnano una frattura precisa. L’infanzia, fino a quel momento ancora presente, sembra chiudersi proprio mentre il fantastico fa irruzione nel reale.

Sirene e folklore aprono il dubbio su ciò che davvero conosciamo
È l’elemento fantastico a dare a Puca la sua dimensione più affascinante. Le storie raccontate da un’anziana e il riferimento alle sirene insinuano il dubbio che le leggende del luogo non siano semplicemente racconti da tramandare, ma possano contenere una parte di verità. Il film non cerca di risolvere apertamente questo mistero. Al contrario, sfrutta l’incertezza per mettere in discussione il rapporto tra chi abita un luogo e ciò che quel luogo custodisce. Le protagoniste credono di conoscere il proprio ambiente, ma la scomparsa della sorella le costringe a percorrerlo come se fosse improvvisamente estraneo.
È qui che il cortometraggio trova il suo nucleo più suggestivo. Puca diventa una piccola peregrinazione dentro uno spazio apparentemente familiare, un viaggio nel quale sono gli esseri umani a scoprire di non essere necessariamente il centro di tutto. Le regole, i racconti e le leggende del territorio continuano a esistere indipendentemente da chi li osserva, mentre il confine tra quotidiano e soprannaturale rimane volutamente aperto. Distribuito da Allegorie Distribuito e proiettato l’8 settembre in Laguna, il film di Sara Scalera usa così una storia di crescita per suggerire qualcosa di più ampio: forse il mistero non nasce da ciò che è lontano, ma da quello che abbiamo avuto sempre davanti agli occhi senza riuscire davvero a vederlo.
