Fino a domenica 24 febbraio è in scena al Piccolo Bellini di Napoli l’atto unico La Malafesta di Rino Marino con Fabrizio Ferracane e lo stesso Marino.
I due fanno parte dell’associazione culturale Sukakaifa nella compagnia siciliana di Marino Ferracane e vantano una formazione teatrale di rilievo.

Rino Marino, direttore artistico della compagnia è autore di tredici opere teatrali fra le quali vi si trova la stessa Malafesta. Nel corso della sua carriera si è occupato di dramma – terapia con pazienti affetti da disagio mentale e la sua formazione teatrale vede la collaborazione con artisti che eseguono il metodo Stanislavskij e quello di Grotowski. Fabrizio Ferracane invece si è formato con artisti italiani come Massimiliano Civica, Mimmo Cuticchio, Emma Dante e Marco Martinelli ma ha avuto anche riconoscimenti nel settore cinematografico con Marco Bellocchio, Francesco Munzi e Giuseppe Tornatore.

La Malafesta è uno spettacolo non sense con una recitazione fatta di dialoghi onomatopeici che richiamano il grammelot di Dario Fo e la commedia dell’arte in cui non è tanto importante comprendere le precise parole pronunciate dall’attore quanto cogliere il senso della messa in scena.
Lo spettacolo, eseguito in siciliano, è ambientato in un luogo non meglio definito, non contestualizzato nel tempo ma solo nel linguaggio, in cui due strani personaggi Taddarita e Malafesta, due menti disconnesse ai margini della società e al limite della follia, si ritrovano per parlare di tutto e di niente.

I due partono da una banale discussione sul “tuppuliare” alla porta e sul rispondere adeguatamente per poi arrivare ai fastidiosi insetti che albergano la strana abitazione fatta di legno e degrado nella quale vive Taddarita. Quest’ultimo, dopo un estenuante dialogo con il compare, al termine del quale ci ritroviamo esausti anche noi dal pubblico, prende coscienza della sua solitudine scoppiando in un pianto di consapevolezza.
L’amico per consolarlo gli ricorda di una certa festa di Natale di molti anni prima e di come si ballava senza regola, uomini con uomini, donne con donne e tutti mischiati.
Qui arriva la parte davvero interessante dello spettacolo, quella in cui i due personaggi evocano altri personaggi che affiorano dalla loro mente prendendo vita attraverso le loro parole, tanto che sembra di vederli proprio sul palco.
I due ballano insieme sulla musica di un carrillon facendo finta che sia davvero Natale.

Lo spettacolo che ha la durata di settanta minuti poteva durare anche la metà del tempo, soprattutto nella parte iniziale inutilmente lunga nel corso della quale siamo costretti ad ascoltare una disquisizione sul bussare e aprire la porta che riesce solo a innervosire e confondere, non permettendo di entrare a pieno nella situazione. Se questo sketch serve a introdurre il non sense di tutta la messa in scena, lo stesso si poteva ottenere abbreviandone i tempi.
La struttura del testo procede in circolo e senza una reale conclusione né un obiettivo, non vi è azione vera ma solo parole senza un filo logico. Come osservare due matti al manicomio. Invece il momento più poetico, quello fatto di consapevolezza e ricordi è forse un po’ sacrificato e se ne perde il vero senso.
La tecnica dei due interpreti è senza dubbio affine al metodo di Dario Fo e il siciliano è molto musicale e gradevole all’ascolto se non fosse per l’insofferenza di parte del pubblico presente in sala che ha avuto difficoltà a orientarsi in alcuni momenti.
Forse l’obiettivo dell’autore era proprio esprimere il disorientamento dei personaggi e l’estrema solitudine di essi ma il testo è risultato inutilmente denso in alcune parti.
Forse un testo come questo è troppo avanti rispetto a quanto siamo abituati normalmente a vedere, oppure prende spunto da una tradizione teatrale rispetto alla quale non siamo sufficientemente edotti e di cui abbiamo perso le tracce. Fa parte insomma di un filone al quale non siamo più abituati ma che lascia spazio a molte riflessioni.
E’ innegabile, oltre che evidente, l’alto livello artistico dei due interpreti che però sono risultati un po’ sacrificati in un testo come questo.