Ph Simone Di Luca

È andato in scena al Teatro Mercadante di Napoli dal 12 al 17 novembre L’onore perduto di Katharina Blum, diretto da Franco Però e tratto dall’omonimo romanzo del 1974 di Heinrich Boll e adattato per le scene da Letizia Russo.

L’irreprensibile e mite segretaria Katharina Blum incontra ad un ballo di carnevale Ludwig Götten, un piccolo criminale, sospetto terrorista. Trascorre la notte con lui e l’indomani, non del tutto consapevole della situazione, ne facilita la fuga. Katharina viene brutalmente interrogata dalla polizia con la quale collabora solo in parte. Nel frattempo la stampa scandalistica, attraverso lo spietato giornalista Werner Tötges, violando ripetutamente la privacy di Katharina e manipolando le informazioni raccolte, ne fa prima una complice del bandito e poi una vera e propria estremista. A questo punto la vita di Katharina viene sconvolta: riceve minacce e offese, i suoi conoscenti vengono emarginati, il suo onore viene definitivamente compromesso. La polizia e lo Stato non la tutelano attivamente. Dapprima disperata, poi lucida nel suo isolamento, Katharina Blum si vendica uccidendo il giornalista Tötges, e si costituisce alla polizia.

Ph Simone Di Luca

L’impostazione è quella del giallo e la storia inizia dalla fine, quando Katharina ha già compiuto l’omicidio e si sta costituendo alla polizia. Con questo espediente il cerchio narrativo partirà da questo momento procedendo a ritroso per poi chiudersi esattamente nel punto da cui siamo partiti. È Katharina la voce narrante della storia che viene raccontata mentre viene messa in scena. Il personaggio dice: “è successo questo, ho detto così, ho fatto colà” e mentre dice compie i gesti, inizialmente in modo molto concitato, frenetico mettendo subito una distanza critica tra noi pubblico e la vicenda, impedendoci in questo modo di entrare davvero nella storia.
Il giornalista interviene cadenzando i momenti della vicenda e riportando le date come fosse uno strillone, distribuendo i giornali che ogni volta escono con aggiornamenti sul caso Blum. Aggiornamenti come si è detto falsati dal cinismo del giornalista che pur di fare scalpore è disposto a manipolare all’estremo la realtà.

Ph Simone Di Luca

La tecnica usata di mettere in scena in modo didascalico ha le sue radici nel teatro epico di Bertolt Brecht e Erwin Piscator e ha come assunto principale il decentramento della drammatizzazione dall’evento scenico rappresentato in maniera naturalistica per una più globale partecipazione dello spettatore che diviene il destinatario attivo (e non più passivo) della rappresentazione. Mentre di norma il teatro inteso in senso classico tende ad avvolgere lo spettatore nella realtà che gli sta offrendo portandolo via dalla poltrona e facendolo viaggiare, il teatro epico ha il preciso scopo invece di sottolineare la finzione teatrale. Il teatro epico è, di conseguenza, fortemente politico, in quanto ogni elemento della messa in scena è adeguato ai fini politici e non solo il contenuto del dramma rappresentato, come invece accadeva nel teatro di propaganda. Lo scopo è quello dunque di non far mai rilassare del tutto il pubblico ma spingerlo a porsi delle domande e restare sempre sveglio.

Considerato l’argomento di questo testo la scelta di Però di applicare questa tecnica sembra essere adeguata poiché la vicenda di Katharina è un giallo che si dipana davanti ai nostri occhi mentre viene raccontato e vuole farci partecipare all’indagine. Ma qualcosa è andato storto perché in qualche modo il risultato finale è stato purtroppo faticoso da seguire non solo per il pubblico d’età che normalmente frequenta i teatri ma anche per il pubblico giovane che era presente. Innanzitutto la concitazione iniziale era troppa e si è fatto fatica a seguire i pezzi iniziali del testo anche se i movimenti in scena all’interno della struttura erano perfetti, davvero molto precisi, pur essendoci talvolta delle sbavature (forse volute) che tradivano la finzione come per esempio la macchina per scrivere che era palesemente usata per finta. Le luci che forse volevano restituirci una “fotografia” noir erano deboli e non permettevano di godere delle espressioni degli interpreti che nel complesso sono stati tutti precisi e in parte.

La scena era molto interessante ed era rappresentata da una struttura a griglia che voleva simulare più appartamenti e la griglia era rivestita per un lato dal velatino per consentire la contemporaneità delle azioni davanti e dietro. Spesso infatti la storia ha richiesto una simultaneità di situazioni, basti pensare alle molte telefonate della protagonista e degli altri personaggi.

Ph Simone Di Luca

Nel corso della messa in scena riusciamo a entrare nella vicenda e appassionarci a quanto accade ma mai fino in fondo proprio perché l’approccio è molto da cronaca e forse per alcune delle imprecisioni di cui sopra. Per esempio in alcuni momenti gli attori erano impallati dalla scena.
Il terrorista di cui si innamora Katharina è il fantasma che da inizio ai problemi ma non lo vediamo mai in scena e di conseguenza anche il momento della sua cattura, che poi è l’apice dell’indagine, avviene fuori scena e viene raccontata dagli altri personaggi. Tutto ruota intorno ad un elemento cruciale le conseguenze della stampa e le forme di violenza mediatica che derivano dalle false notizie o dalle notizie costruite ad hoc per raccontare una realtà che vende i giornali ma che non è assolutamente veritiera.
L’intento attraverso un testo che risale agli anni settanta e a un certo movimento politico è di porre l’attenzione sul peso che i mezzi di comunicazione hanno nella società in generale e nella vita del singolo. Si sottolinea in modo particolare quanto la vita di una persona possa uscire distrutta dalle false notizie e in particolare dall’uso smodato dei social, che tipico dei giorni nostri.
L’inferno di Katharina Blum anticipava quanto vediamo oggi attraverso internet.

In scena Elena Radonicich, Peppino Mazzotta con la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos. Le scene sono di Domenico Franchi, i costumi di Andrea Viotti e le luci di Pasquale Mari.