Il privilegio degli stupratori. Parlare di stupro è sempre difficile, si rischia facilmente di pizzicare ferite appena rimarginate a cui potrebbe bastare semplicemente il suono di quella parola per aprirsi e sanguinare. In questo articolo vorrei parlare di stupro, ma soprattutto di stupratori.

Tra le maglie sempre più lasche del mondo dei blog si annidano grumi di idee e pensieri pericolosi, crudeli e violenti, narrati da voci seminascoste che rivendicano un vittimismo che non appartiene loro, una vendetta aspra e insanguinata e dichiarano guerra alle donne. Le vittime vengono trasformate in carnefici e, nella migliore tradizione populista, vengono additate come l’altro pericoloso da sconfiggere. Si è affermata quindi una nuova forma di victim blaming, che non si limita ad addossare alle donne la colpa delle violenze che vengono loro inflitte, ma si impegna a istigarne di peggiori poiché, di fatto, quella violenza non è considerata tale, anzi, viene addirittura definita privilegio. Le vittime vengono quindi colpevolizzate perché si comportano da vittime, e pretendono protezione, allo scopo di tacitarle rivendicando quindi una sorta di martirio dell’uomo stupratore. La mens rea viene confermata e distorta, non è più la difesa del violento che si cela dietro l’assenza di intenzione crudele, ma diventa una conferma della necessità di fare male e colpire nel corpo e nella mente le donne in quanto dominatrici di un mondo matriarcale. Solo a scriverlo, mi sanguinano gli occhi.

La distorsione del reale è completa e assoluta e se in questi gruppi, forum e blog non si incitasse alla violenza e non si parlasse di stupro come premio alla bellezza verrebbe quasi da liquidarli con un velo di pietà. La violenza, però, c’è e va contrastata, con parole, atti e innovazioni culturali che permettano di sradicarla. Essere stuprate non è un privilegio o una pena accessoria irrisoria da pagare per il potere sessuale che viene attribuito alle donne. Essere stuprate è subire un attacco disumano, capace di dilaniare il corpo come la mente ed è inequivocabilmente indifendibile. Stuprare, invece, è un privilegio perverso di chi esercita un potere distorto e machista sui corpi altrui, quelli che comprime nello scantinato di una casa al mare, di cui tappa la bocca in un sottopassaggio o che incastra in un angolo cieco delle scale della metro. Chi stupra sceglie di colpire un altro essere umano e gode nel farlo.

Lo stupratore gode di una posizione di potere e vantaggio e ne abusa per arrecare danno alla vittima, spesso una persona conosciuta, la cui credibilità sarà sempre inficiata dal sistema ineguale che assolve gli stupratori incolpando la scelta dell’intimo delle donne, il tempismo delle loro uscite o l’aver scelto di uscire da sole. Il termine privilegio è usato in termini provocatori ma corretti poiché di fatto viene sfruttata una situazione di iniquità per violare non solo il diritto all’integrità fisica della persona, il suo diritto alla salute, all’autodeterminazione, alla sicurezza, ma ne limita drasticamente la libertà. Anziché costringere le donne a restringere le loro libertà responsabilizzandole in modo da non attirare male gaze, dovremmo spostare l’attenzione su quell’occhio che non distoglie lo sguardo e lo fa seguire da fischi e commenti, da passi e gesti. E dovremmo anche smettere di liquidare sguardi, battute e parole come se non avessero un peso, perché ogni piccola goccia compone questa melma fatiscente dentro cui macerano violenti e aguzzini, nascosti alla vista fino a che non è troppo tardi. Non sono i diritti delle donne a dover essere compressi, ma il maschilismo a dover essere schiacciato.

Gli stupratori sono criminali violenti, non vittime di una presunta dittatura femminista, invertire carnefice e vittima, colpevolizzare chi è già sistematicamente discriminato e dipingere in maniera distorta gli equilibri di potere non porta ad altro che violenza su larga scala. E la storia ci ha già fornito estesi esempi di tutto ciò e forse, quel giorno in classe, chi oggi inneggia ad una società violenta, avrebbe dovuto ascoltare anziché pensare a quanto fossero stronze le compagne di classe che non volevano uscire con lui. Forse oggi non coverebbe una vendetta abominevole e crudele, o forse sì. Mi piace pensare che con un’educazione più solida ed equa tutti saremmo capaci di discernere il giusto dallo sbagliato schierandoci sempre dalla parte della vittima e mai, dico mai, da quella del carnefice. Ancora una volta, la storia contemporanea suggerisce che non va sempre così, che talvolta persino le vittime si schierano con gli aguzzini. Non è semplice sindrome di Stoccolma, si chiamo sessismo introiettato ed è ciò che spinge anche alcune donne, potenziali vittime, a dare sostegno a questi grumi di marciume che inneggiano alle violenze di gruppo e sottendono che alle donne, essere stuprate, non dovrebbe nemmeno dispiacere, perché significa essere desiderate. Una violazione dei diritti della persona non è un complimento, ma un crimine e dovremmo tenerlo tutti bene a mente.