Fino al 29 agosto, Palazzo Strozzi ospita American Art 1961-2001. Da Andy Warhol a Kara Walker, una mostra che mette in scena la grande rivoluzione nell’arte americana del secondo Novecento. Un viaggio che parte da Andy Warhol e, attraverso artisti come Mark Rothko, Louise Nevelson, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Bruce Nauman, Barbara Kruger, Felix Gonzalez-Torres, Robert Mapplethorpe, Cindy Sherman, Matthew Barney, arriva a Kara Walker.

Cindy Sherman (Glen Ridge, New Jersey 1954), Untitled #92, 1981, stampa cromogenica a colori, edizione: P.A. 1/2 da una serie di 10, cm 61 x 121,9. Minneapolis, Walker Art Center. Art Center Acquisition Fund, 1982. © Cindy Sherman. Courtesy the artist and the Walker Art Center, Minneapolis

La Pop Art, il Minimalismo, la Conceptual Art, la Pictures Generation, tutti movimenti che, insieme, donano il più fedele ritratto dell’uomo novecentesco. Un’arte profonda, densa di significati, un’arte che tocca tutti i principali temi sociali degli ultimi quarant’anni del secolo scorso: le produzioni della cultura di massa, la violenza, il sessismo, le lotte femministe, il razzismo, l’omofobia. Un’arte che mette a nudo un mondo che, in un turbine di nevrotica crudeltà, divide e comanda, esclude e domina, silenzia e condanna. Le opere, eterogenee tra loro, sono accomunate dalla ricerca di ciò che si nasconde dietro l’essere umano contemporaneo, di ciò che si cela dietro la febbrile maschera urlante della civiltà dei consumi.

L’essere umano, con le sue profonde ambiguità, viene rappresentato nel suo intimo, nudo, spogliato di quella corazza incarnata dall’ideale della modernità, debole di fronte all’incessante velocità della vita ma estremamente forte nel lottare oltre l’ultimo respiro. L’uomo, sdraiato su un tavolo anatomico viene indagato fino alle più profonde viscere, laddove risiede la sua vera essenza, la sua vera intimità, la sua vera anima. La paura, la fragilità, la morte, l’assenza, la solitudine, temi nascosti ma sempre presenti, vengono proiettati all’interno del mondo. Da Andy Warhol a Felix Gonzalez-Torres, da Cindy Sherman a Kara Walker, le tematiche si intrecciano e proprio negli anni della crisi delle rappresentazioni mostrano il più fedele ritratto dell’essere umano.

Fra le opere di maggior importanza c’è Sixteen Jackies (1964) di Andy Warhol, una delle opere più iconiche di uno degli artisti più celebri del XX secolo. L’opera è formata da quattro immagini ripetute che mostrano Jacqueline Kennedy prima e dopo l’assassinio del presidente John F. Kennedy. Un’opera che mostra stati emotivi opposti, contrastanti, che si scagliano l’uno contro l’altro e mostrano il volto tragico della vita di ognuno. Le immagini, disposte a griglia senza un ordine cronologico, sono ripetute di pannello in pannello; uguali ma allo stesso tempo diverse mostrano l’esistenza al tempo della cultura di massa, la quotidianità al tempo dei mass media.

Andy Warhol (Andrew Warhola Jr.; Pittsburgh, Pennsylvania 1928-New York 1987), SixteenJackies, 1964, acrilico, smalto su tela,cm 204,2×165,9. Minneapolis, Walker Art Center. Art Center Acquisition Fund, 1968. © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc.

Da Andy Warhol, attraversando una manciata di sale, si arriva a Felix Gonzalez-Torres, l’artista che è riuscito a unire con eleganza e raffinatezza poesia e lotta politica. In Untitled (Last Light) (1993), Gonzalez-Torres parla dell’amore, di quell’estrema forza irrazionale che trascende la vita, benedice l’uomo, ma può farlo anche precipitare nell’oblio del tormento. La sua arte è autobiografica e eternamente viva: lavora sulla morte, sul ricordo, sulla paura di svanire e di dimenticare. Una figura centrale per la sua produzione è Ross, il suo amato morto di AIDS, la malattia che nel 1996 si porterà via anche lui. Le luci di Untitled (Last Light) rappresentano Ross, la sua memoria, la sua presenza; rappresentano la resistenza al buio della morte, rappresentano la cristallizzazione fuori dal tempo, rappresentano la forza immortale dell’amore.

Catherine Opie (Sandusky, Ohio 1961), Norma & Eyenga, Minneapolis, Minnesota, 1998, stampa cromogenica, edizione: 1/5, cm 103,2 x 128,6 x 4,4. Minneapolis, Walker Art Center. Clinton and Della Walker Acquisition Fund, 1999. © Catherine Opie. Courtesy the artist and the Walker Art Center, Minneapolis

Attraversando una porta si passa da Felix Gonzalez-Torres a Cindy Sherman con Untitled #92 (1981), in cui la Sherman si presenta in una foto con indosso una camicia bianca e una gonna a quadri, accovacciata a terra e con il terrore negli occhi. La fotografia è scattata dall’alto, con un taglio che ricorda le inquadrature di Hitchcock. Il corpo copre gran parte dell’immagine, ma il vero fuoco è rappresentato dal volto e dalla sua infinita profondità di significato. In quest’opera, e in tutta la serie dei Centerfold, è possibile rintracciare uno “sguardo maschile” nell’angolatura delle immagini e nella posizione della donna, elementi che ricordano le grandi foto presenti all’interno delle riviste; però, l’artista mostra altro: la centralità dell’espressione cattura l’attenzione dell’osservatore che è trasportato in un mondo di intima fragilità e di traboccanti emozioni.

L’esposizione si chiude con Cut (1998) di Kara Walker, un’opera in carta nera a grandezza naturale che raffigura una donna con i polsi tagliati. Un’opera che unisce le lotte di genere a quelle di razza, un’opera che mostra il senso di alienazione e di frustrazione dell’artista afroamericana in un mondo dominato da uomini bianchi, l’inferno dell’oppressione, la gelida solitudine, l’oblio dell’emarginazione.

INFO:
American Art 1961-2001. Da Andy Warhol a Kara Walker

Palazzo Strozz
Piazza degli Strozzi, Firenze

Fino al 29 agosto 2021

Orari: Lunedì-venerdì 14.00-21.00
Sabato, domenica e festivi 10.00-21.00

Biglietti:

Prenotazioni e informazioni: T. +39 055 2645155 [email protected] www.palazzostrozzi.org

Biglietti: www.palazzostrozzi.org