Asghar Farhadi divide Cannes, Parallel Tales unisce Huppert ed Efira: ma il film si perde strada facendo

Il regista premio Oscar torna al cinema francese con un thriller psicologico sul voyeurismo e sui confini tra realtà e finzione

Asghar Farhadi torna in concorso al Festival di Cannes 2026 con Parallel Tales, titolo originale Histoires parallèles, un dramma psicologico elegante e ambizioso che però, secondo molte delle prime reazioni dalla Croisette, fatica a trovare davvero una direzione narrativa chiara.

Il regista iraniano, autore di film acclamati come Una separazione e Il cliente, abbandona ancora una volta il contesto iraniano per tornare al cinema europeo e francese dopo Il passato. Questa volta costruisce una storia che ruota attorno al voyeurismo, alla scrittura e al rapporto ambiguo tra immaginazione e realtà.

Ad accompagnarlo c’è un cast di altissimo livello composto da Isabelle Huppert, Virginie Efira, Vincent Cassel, Pierre Niney, Adam Bessa e persino una breve apparizione di Catherine Deneuve.

Il film prende liberamente ispirazione dal sesto episodio del celebre Dekalog di Krzysztof Kieślowski, poi trasformato nel 1988 nel film Breve film sull’amore. Ma rispetto alla struttura asciutta e potentissima dell’opera originale, Parallel Tales sceglie una strada molto più complessa, stratificata e meta-narrativa.

La protagonista è Sylvie, scrittrice interpretata da Isabelle Huppert, che vive isolata nel suo appartamento parigino osservando attraverso un telescopio una donna che abita nel palazzo di fronte.

Quella donna, interpretata da Virginie Efira, diventa presto il personaggio principale del nuovo romanzo che Sylvie sta scrivendo. Nel libro la chiama “Anna”, ispirandosi al nome della madre scomparsa.

Da qui prende forma un gioco continuo tra personaggi reali, versioni romanzate e relazioni che iniziano lentamente a sovrapporsi fino a confondere completamente il confine tra ciò che è vissuto e ciò che è inventato.

Un thriller psicologico che intreccia realtà e finzione

Farhadi costruisce il film come una sorta di labirinto narrativo, nel quale ogni personaggio sembra vivere contemporaneamente due esistenze diverse.

Nel romanzo scritto da Sylvie, Anna lavora come artista del suono in uno studio cinematografico insieme a un giovane uomo di nome Christophe, interpretato da Pierre Niney, mentre Vincent Cassel veste i panni del tecnico del suono Pierre.

La scrittrice immagina tra loro un triangolo sentimentale pieno di desiderio represso, gelosie e tensioni irrisolte. Parallelamente, nella vita reale, un giovane senzatetto di nome Adam, interpretato da Adam Bessa, trova casualmente le pagine del manoscritto di Sylvie e sviluppa un’ossessione crescente proprio per la donna osservata dalla scrittrice.

Adam inizia così a cercare occasioni per incontrarla davvero, mentre anche lui comincia a scrivere una propria versione della storia.

Il film prova continuamente a mostrare come la finzione possa influenzare la realtà e viceversa, ma proprio questa costruzione estremamente teorica diventa uno degli aspetti più divisivi dell’opera.

Molti passaggi narrativi finiscono infatti per appesantire il racconto, che a tratti sembra trasformarsi più in un esercizio intellettuale che in un vero thriller emotivo.

Con una durata di 2 ore e 20 minuti, Parallel Tales viene descritto da diverse recensioni internazionali come un film raffinato visivamente ma incapace di mantenere viva la tensione costruita nelle prime scene.

Nonostante questo, Farhadi continua a dimostrare un controllo notevole della messa in scena. La fotografia di Guillaume Deffontaines illumina gli interni con tonalità calde e dorate, creando un’atmosfera elegante e malinconica che accompagna perfettamente il senso di smarrimento dei personaggi.

Parallel-Tales-Histoires-Paralleles-fortementein_

Isabelle Huppert e Virginie Efira salvano il cuore emotivo del film

Se la sceneggiatura viene accusata di essere troppo contorta e dispersiva, gran parte della forza del film resta affidata alle sue interpreti principali.

Isabelle Huppert costruisce una Sylvie glaciale, distante e ossessionata dal controllo, trasformando la scrittura stessa in un modo per manipolare la realtà attorno a sé.

Virginie Efira, invece, riesce a dare profondità sia alla versione “reale” del personaggio sia a quella immaginata nel romanzo, regalando al film alcuni dei momenti più autenticamente emotivi.

Anche Adam Bessa offre una prova intensa nei panni di Adam, personaggio inquieto e marginale che lentamente finisce intrappolato dentro la storia inventata dalla scrittrice.

Tra le scene più riuscite viene segnalato uno scontro nella metropolitana tra Adam e il personaggio interpretato da Pierre Niney, momento in cui il film riesce finalmente a trasformare le sue tensioni psicologiche in qualcosa di più concreto e fisico.

Parallel Tales prova inoltre a inserire una sottotrama legata a un misterioso appartamento sempre illuminato nel palazzo di fronte, collegato a un vecchio suicidio e a un passato traumatico che continua ad abitare il luogo.

È proprio qui che il film sembra voler diventare anche una riflessione sulla memoria, sui fantasmi personali e sulla capacità della narrativa di alterare la percezione della verità.

Il problema, secondo molte reazioni da Cannes, è che tutte queste idee finiscono per sovrapporsi senza mai trovare una vera sintesi.

Con Parallel Tales, Asghar Farhadi realizza forse uno dei film più sofisticati e teorici della sua carriera europea, ma anche uno dei più freddi e divisivi, lasciando al pubblico il compito di decidere se perdersi nel suo labirinto narrativo o restarne definitivamente escluso.