Teenage Sex and Death at Camp Miasma sconvolge Cannes, il nuovo horror psichedelico divide: Jane Schoenbrun firma un cult immediato
Al Festival di Cannes 2026 uno dei film che sta facendo parlare di più pubblico e critica è senza dubbio Teenage Sex and Death at Camp Miasma, il nuovo lavoro di Jane Schoenbrun, regista già diventata un punto di riferimento del cinema horror contemporaneo più sperimentale e identitario.
Presentato come uno degli eventi di mezzanotte più attesi della manifestazione, il film viene già descritto da molti come un futuro cult movie. E non è difficile capire perché. Schoenbrun costruisce infatti un’opera che mescola slasher anni ’80, nostalgia horror, psichedelia, riflessione queer e meta-cinema in un’esperienza volutamente disturbante e fuori dagli schemi.
Il titolo stesso, volutamente provocatorio, dichiara immediatamente le intenzioni del progetto: sesso adolescenziale, morte, campeggi maledetti e immaginario horror vintage vengono trasformati in qualcosa di molto più stratificato rispetto al classico omaggio nostalgico.
Il film prende chiaramente ispirazione da classici come Halloween, Venerdì 13 e Nightmare, ma introduce anche riferimenti molto più controversi come Sleepaway Camp, horror del 1983 rimasto famoso per il suo finale divisivo e ancora oggi discusso all’interno della critica LGBTQ+ per le implicazioni considerate da molti apertamente transfobiche.
Schoenbrun, però, non si limita a citare quel cinema. Lo smonta, lo rilegge e lo trasforma completamente attraverso una prospettiva contemporanea, ribaltando lo sguardo maschile tradizionale che per decenni ha dominato il genere slasher.
La trama tra horror, trauma e identità
La protagonista del film è Kris, interpretata da Hannah Einbinder, una giovane regista non-binary e poliamorosa diventata celebre nel circuito indie grazie a Sundance. Kris riceve l’incarico di rilanciare il franchise horror di Camp Miasma, una saga slasher ormai decaduta che negli anni è stata spremuta con sequel sempre più assurdi e commerciali.
Nel mondo del film, il killer della saga è Little Death, psicopatico riconoscibile per una testa trasformata in una gigantesca presa d’aria metallica. Un’immagine volutamente grottesca che richiama l’estetica eccessiva e artigianale dell’horror anni Ottanta.
Kris accetta il progetto anche per motivazioni politiche e identitarie: è perfettamente consapevole che lo studio voglia sfruttare la sua immagine progressista per dare credibilità culturale al reboot. Ma dietro la sicurezza apparente, il personaggio nasconde una profonda crisi personale e sessuale.
Per convincere il pubblico storico del franchise, Kris decide di coinvolgere Billy Presley, l’ex star originale di Camp Miasma interpretata da una sorprendente Gillian Anderson. L’attrice vive isolata in un inquietante ex campeggio abbandonato, proprio il luogo in cui era stato girato il primo film della saga.
Da quel momento il confine tra realtà, cinema e allucinazione inizia lentamente a collassare. Durante la visione della vecchia pellicola horror, Kris viene letteralmente risucchiata dentro le immagini del passato, iniziando a confrontarsi con desideri repressi, paure identitarie e una nuova consapevolezza di sé.
Secondo molti critici presenti a Cannes, è proprio qui che il film cambia pelle. Quello che inizialmente sembra un semplice horror meta-cinematografico si trasforma in un racconto molto più ambiguo e psicologico, pieno di simbolismi e riferimenti al cinema di David Lynch e David Cronenberg.

Perché il film sta facendo così discutere a Cannes
Uno degli aspetti che più stanno colpendo pubblico e critica è il modo in cui Jane Schoenbrun utilizza il linguaggio dell’horror per parlare di identità, desiderio e trasformazione personale.
Il concetto della “Final Girl”, la classica ragazza sopravvissuta degli slasher anni ’80, viene completamente rielaborato. Kris deve infatti capire se è davvero pronta a diventare quella figura simbolica, affrontando non solo il mostro esterno ma soprattutto ciò che ha nascosto dentro di sé per anni.
Il film alterna momenti volutamente grotteschi, sangue, humor nero e scene quasi romantiche, creando un’atmosfera estremamente instabile ma ipnotica. E proprio questa natura divisiva sembra essere uno degli elementi che stanno trasformando Teenage Sex and Death at Camp Miasma in uno dei casi cinematografici del Festival.
Molti spettatori lo stanno già definendo uno dei più importanti horror queer degli ultimi anni, mentre altri lo considerano volutamente eccessivo e caotico. Ma anche chi ne critica la struttura riconosce la forza visiva e la personalità radicale del progetto.
Particolarmente apprezzata è anche la performance di Hannah Einbinder, considerata il vero cuore emotivo del film grazie a un’interpretazione fragile, nervosa e continuamente in bilico tra vulnerabilità e rabbia.
Con questo nuovo lavoro, Jane Schoenbrun conferma definitivamente il proprio status di autrice tra le più imprevedibili del nuovo cinema americano. E a Cannes 2026 il suo slasher psichedelico sembra già destinato a diventare uno di quei titoli che continueranno a essere discussi molto oltre la fine del Festival.
