The Pervert’s Guide to Utopias arriva a Venezia | Slavoj Žižek torna a smontare cinema e società: dalle distopie al desiderio di ribellione | Il paradiso che non riusciamo a immaginare

4
The_Perverts_Guide_to_Utopias_-_fortementein_1280

Slavoj Žižek torna al cinema con un nuovo viaggio tra filosofia e cultura pop, usando film e serie televisive per interrogarsi sull’utopia, sul potere e sulle contraddizioni della ribellione.

Dopo aver attraversato il cinema e l’ideologia, Slavoj Žižek sposta il proprio sguardo su un territorio ancora più sfuggente: l’utopia. The Pervert’s Guide to Utopias riprende la formula che ha reso riconoscibili i precedenti viaggi cinematografici del filosofo sloveno, mescolando analisi teorica, cultura pop, provocazioni e una comicità costruita spesso sul paradosso. Questa volta la domanda riguarda la possibilità stessa di immaginare un mondo ideale attraverso film e serie televisive. Il risultato, però, non è un catalogo di paradisi possibili. Žižek è molto più interessato alle contraddizioni nascoste dentro ogni promessa di perfezione e ai modi in cui persino la ribellione può finire per rafforzare il sistema che vorrebbe combattere.

Il tono viene chiarito immediatamente. Sapendo che il documentario discuterà apertamente i finali di numerosi film, Žižek avverte gli spettatori della presenza di spoiler e invita ironicamente chi non li sopporta ad abbandonare la sala, assicurando che nessuno sentirà la loro mancanza. È una battuta che riassume bene il metodo del film: idee complesse vengono continuamente accompagnate da provocazioni, digressioni e improvvise incursioni comiche. Žižek arriva a definirsi ancora comunista, pur riconoscendo ironicamente quanto possa sembrare folle, e sostiene che un comunista dovrebbe essere un pessimista convinto. Più che fornire risposte definitive, il filosofo sembra interessato a mettere continuamente in crisi le categorie attraverso cui interpretiamo politica, società e rappresentazione.

Da Apocalypse Now a The Handmaid’s Tale, Žižek entra dentro le immagini

Come nei precedenti capitoli della serie, una parte consistente del divertimento nasce dal modo in cui Žižek viene fisicamente inserito nelle ambientazioni delle opere che analizza. Lo vediamo nell’ombra di una capanna nella giungla come Marlon Brando in Apocalypse Now, oppure vestito di rosso in una ricostruzione che richiama The Handmaid’s Tale. In un altro momento si rilassa in una vasca da bagno evocando Kirsten Dunst in Melancholia. Il dispositivo non serve soltanto a creare gag: permette al filosofo di entrare letteralmente nei mondi che vuole decostruire, cancellando la distanza tra il commentatore e l’oggetto della sua analisi.

Il percorso comprende opere molto differenti. Žižek guarda a The Rapture del 1991 apprezzandone la rappresentazione dell’apocalisse come evento letterale, per poi passare a L’anno scorso a Marienbad del 1961, dove individua invece la verità di una condizione post-apocalittica fondata sulla ripetizione senza fine. Trova spazio anche Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles del 1975, utilizzato per ragionare sul rapporto tra controllo, sottomissione e piacere. Freud, Marx ed Hegel diventano così strumenti attraverso cui Žižek attraversa immagini appartenenti a epoche e generi lontanissimi, cercando le strutture ideologiche che possono nascondersi anche nei luoghi apparentemente più insospettabili.

The_Perverts_Guide_to_Utopias_-_fortementein_740

L’utopia impossibile e il paradosso della ribellione

Il nodo più interessante di The Pervert’s Guide to Utopias emerge proprio dalla difficoltà di trovare vere utopie nell’immaginario contemporaneo. Cinema, televisione e letteratura sembrano molto più attratti dalle distopie, soprattutto quando sono amare, ironiche o post-apocalittiche. Žižek affronta il concetto di utopia quasi sempre indirettamente, attraverso i suoi rovesciamenti. La sua tesi si concentra sulla possibilità che anche le strutture di potere repressive contengano una propria forma di pensiero utopico e, soprattutto, siano capaci di anticipare e assorbire le spinte ribelli. La contestazione può quindi diventare inconsapevolmente parte dello stesso meccanismo contro cui crede di combattere.

È qui che il documentario mostra contemporaneamente il fascino e i limiti del metodo di Žižek. Le associazioni sono brillanti, i paradossi si susseguono e la capacità di attraversare con naturalezza filosofia e cultura pop rimane intatta, ma l’idea di utopia sembra talvolta restare ai margini proprio del film che dovrebbe metterla al centro. Nonostante questo, Žižek continua a essere un narratore difficilmente confondibile con altri. Parla, devia, torna sui propri passi e continua a elaborare idee persino durante i titoli di coda, quasi fosse impossibile mettere davvero un punto al ragionamento. The Pervert’s Guide to Utopias funziona allora meno come una spiegazione del paradiso possibile e più come una provocazione sulla nostra incapacità di immaginarlo: forse siamo diventati così abituati alla distopia da riuscire a pensare il futuro soltanto quando qualcosa è già andato storto.