La classe operaia va in paradiso, in scena fino al 14 aprile al Teatro Bellini, è un’opera teatrale liberamente tratta dall’omonimo film di Elio Petri del 1971, (vincitore della palma d’oro a Cannes). È l’esempio di quel genere di opera artistica capace di riconciliarti con il mondo, un’opera che, nonostante le due ore e mezza, si fruisce in maniera leggera, sentita ma allo stesso tempo riflessiva. Infondo il senso dell’arte è forse questo: veicolare messaggi profondi rendendoli fruibili ai più e stimolare riflessione e analisi sull’attualità. Era questo al tempo dei greci il valore didattico e di intrattenimento che in origine aveva il teatro.
Le giornate destinate alla fruizione, al divertimento, ossia il divergere dalla quotidianità, erano lunghe dodici ore durante le quali si raccontavano storie di un passato lontano e forse mai esistito capaci però di fare un’analisi del presente.

Una premessa di questo genere rispetto a La classe operaia va in paradiso è necessaria per raccontare l’esperienza provata alla prima del Bellini di Napoli di fronte allo spettacolo diretto da Paolo Di Paolo e Claudio Longhi  e interpretato da Lino Guanciale nei panni di Lulu Massa (ruolo che all’epoca fu dell’immenso Gianmaria Volontè).

La storia è nota ai più e racconta la caduta delle illusioni di un operaio, Massa appunto, che a causa di un incidente sul lavoro perde un dito ed è così costretto a rivedere la sua posizione e i suoi ideali, non solo come lavoratore ma anche come uomo. È un periodo storico particolare quello narrato, all’epoca in diretta, da Petri e ora da Di Paolo e Longhi, un periodo di contestazioni, rivoluzioni e riforme che molto dice sull’Italia che era e che sarebbe diventata.
Un decennio, quello dei settanta, durante il quale sarebbero crollate tutte le certezze del Boom economico.
L’operaio degli anni settanta è lo stesso della rivoluzione industriale in Europa ed è molto vicino alla figura del precario contemporaneo: pochi diritti, molti doveri, pochi soldi, molte ore di lavoro. Poche sono le sfumature che differenziano un operaio da un altro e lo vediamo all’inizio della pièce quando Lino Guanciale interpreta diversi lavoratori in diverse epoche storiche.

Il regista ha deciso di raccontare la storia in modo metacinematografico, ponendo la narrazione su più livelli, il primo quello del regista e dello sceneggiatore (rispettivamente Elio Petri e Ugo Pirro) che ragionano sul film da scrivere, il secondo quello di Lulu Massa e della sua vicenda personale e il terzo quello del pubblico che, in epoche diverse, per lo più quella degli anni settanta e quella contemporanea, commentano il film.

Si tratta di uno spettacolo dinamico a cominciare dalla scenografia di Guia Buzzi che riprende la struttura della gabbia e vi inserisce all’interno un nastro trasportatore per rimandare alla catena di montaggio. Su quello stesso nastro, capace di ricordare anche lo scorrere della pellicola cinematografica, vediamo muoversi i personaggi e gli oggetti che hanno a che fare con la loro vita, gli status symbol di una società costruita su un solo dictat: il consumismo.
Così vediamo ritornare spesso la televisione e l’automobile. Il mantra è sempre lo stesso: lavorare, produrre guadagnare e poi ancora lavorare, produrre e guadagnare.
A contrastare questo modello, puro riferimento a I tempi moderni di Charlie Chaplin, sono le voci di protesta degli studenti fuori della fabbrica e le canzoni di un menestrello che, dal fondo della platea, interviene negli intervalli tra una scena e l’altra cantando stornelli che, partendo dall’esempio di Lulu Massa, vogliono dirci qualcosa sul lavoro e la politica contemporanei.

Lino Guanciale conferma le sue capacità recitative e versatili senza farci rimpiangere il lavoro di Volontè ma anzi riuscendo a fare suo il personaggio di Lulu, con le sue angosce e i suoi sogni. L’attore ha vinto il premio Ubu per questo ruolo, insieme a Ragazzi di vita di Pasolini e per la scelta intelligente dei progetti televisivi e cinematografici a cui da il suo nome, sinonimo di qualità ma soprattutto di serietà.
Serietà che si riscontra anche nelle capacità di tutta la compagnia che dimostra una coesione in scena che si percepisce nell’esecuzione finale.

Gli stimoli visivi sono molti, dalle pubblicità di carosello ad alcuni spezzoni del film stesso, il tutto proiettato su un velatino che non risulta per niente invasivo e che in questo caso serve efficacemente la scena. Il fondale della scena cambia colore a seconda delle svolte nella storia e il senso di smarrimento provato a un certo punto dal protagonista viene riprodotto in scena diventando tangibile nel finale.

La classe operaia va in paradiso è uno spettacolo che va visto così come il film per ricordarci chi eravamo e chi siamo diventati.

Teatro Bellini
Via Conte di Ruvo, 14 – Napoli
fino al 14 aprile
Orari: da martedì a domenica alle ore 21.00

Il botteghino è aperto: dal Lunedì al Sabato 10.3013.30 / 16.0019.00, la Domenica 10.3013.00
Tutti i giorni un’ora prima dello spettacolo.