Le sette morti di Evelyn Hardcastle, un libro geniale o tutto fumo negli occhi?

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Le sette morti di Evelyn Hardcastle cover

Non è un libro appena uscito Le sette morti di Evelyn Hardcastle, romanzo d’esordio dello scrittore Stuart Turton, ma dalla sua pubblicazione nel marzo 2019 a oggi non si è mai smesso di parlarne, un thriller psicologico capace di farti impazzire; un romanzo dai continui colpi di scena; è come vivere una escape room… e così via, quindi la mia curiosità è salita alle stelle, anche se i pareri hanno iniziato a diventare anche parecchio contrastanti, non arriva da nessuna parte; storia inutilmente lunga; impossibile da seguire… insomma, non ci sono vie di mezzo o lo ami o lo odi. Potevo esimermi dallo scoprire in quale team collocarmi? Assolutamente no.

Così eccoci qui a risolvere il vero rompicapo di “Le sette morti di Evelyn Hardcastle”: un libro geniale o tutto fumo negli occhi?

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Stuart Turton, come scrittore esordiente ha fatto un ottimo lavoro di manipolazione, ha attinto da una mezza dozzina di classici stereotipi legati alla cultura popolare e li ha rielaborati in qualcosa di assolutamente fresco e sorprendente, di questo bisogna davvero dargliene atto. Il giallo si svolge nella classica ambientazione della casa di campagna degli Anni ’20, il protagonista si sveglia in una foresta con indosso un smoking di qualcun altro, ben preso si rende conto che non è quella l’unica cosa che indossa di qualcun altro, anche il corpo che abita non è il suo. Non ha memoria di chi sia o di come sia rimasto intrappolato in questo sconosciuto. La sensazione che si ha subito è proprio quella di smarrimento, di ansia, angoscia, un bel fiato sospeso fin dalle prime pagine, da cui è davvero difficile staccarsi.
Dei rami si spezzano dietro di lui, un oggetto pesante gli cade in tasca e una voce gli sussurra all’orecchio: “A est”. Tira fuori l’oggetto dalla tasca, si tratta di una bussola d’argento.

In breve tempo il nostro uomo riesce a risalire alla sua vera identità, il suo nome è Aiden Bishop ed è qui per un motivo. Una figura mascherata da medico della peste lo informa, senza giri di parole, che in quella giornata verrà commesso un omicidio, un omicidio che non sembrerà un omicidio e Bishop avrà a disposizione otto possibilità per risolverlo. Rivivrà lo stesso giorno otto volte, ma ogni mattina si sveglierà in un corpo diverso, o meglio in uno degli ospiti della tenuta di Blackheart House, ricorderà le esperienze vissute nei precedenti corpi per mettere insieme i pezzi del puzzle, ma se non darà il nome dell’assassino entro l’ottavo giorno sarà riportato al primo giorno, con la memoria cancellata e dovrà ricominciare tutto da capo. Come è già successo centinaia, forse migliaia di volte.

Andando avanti con le pagine scopriamo sempre più dettagli insieme a Bishop, per esempio che ha dei rivali, altri due membri di quella che dovrebbe essere una festa nella tenuta di campagna degli Hardcastle stanno vivendo la sua stessa esperienza nei corpi di altre persone e a loro volta devono risolvere l’omicidio e smascherare l’assassino. Ma qui entra in gioco un nuovo gap, solo uno dei tre può riuscirci nell’impresa e quindi essere liberato dal loop temporale in cui si trovano. Ad aggiungere benzina sul fuoco, se già la situazione non fosse particolarmente intrecciata, c’è uno psicopatico che lo sta cercando, un cameriere armato di coltello che a turno prende di mira ogni ospite. Insomma, non si sa come, non si sa perché, ma a Bishop aspettano delle ore parecchio impegnative. E poi, chi è Anna?

Ci sono davvero tantissime incognite che si sviluppano nelle trame della storia e più si va avanti nella lettura e più sembra di tornare indietro, non scoraggiatevi se ad un certo punto penserete di non aver capito nulla nonostante siate così avanti, infatti questa mia breve spiegazione non rende assolutamente giustizia alla sbalorditiva complessità della trama, ma non voglio in alcun modo andare oltre la linea del detto non detto, visto che c’è un colpo di scena in quasi ogni pagina e sono più di 500 pagine. Il lettore, anche quello più attento, resterà irrimediabilmente disorientato ben prima della metà del libro, ma il bello è proprio questo, quando smetterete di farvi domande inizierete a godervi il libro, quindi, se avete letto questa recensione non iniziate nemmeno a farvele, abbandonatevi alla lettura, andatele incontro lasciandovi sorprendere e sconvolgere dalle scoperte emozionanti che si nascondono ad ogni angolo di questo labirinto. Non solo niente è come sembra, ma non lo è nemmeno dopo che si è svelato che non è come sembra. Lo stesso protagonista si sente preso in giro in più di un’occasione quando i conti non tornano provando un forte senso di rancore e frustrazione, impossibile non empatizzare con lui.

Quello che lascia disorientati è che c’è molto di più da assimilare oltre alla meccanica di un giallo sui viaggi temporali, Bishop, con sua grande costernazione, scopre che le personalità dei suoi ospiti a volte sono proprio la minaccia per se stesso, alcuni di loro sono dei delinquenti che gli fanno fare cose che normalmente non accetterebbe mai, corrompendo il suo vero io, portando a una profonda riflessione, forse tutti noi a volte ci troviamo in intrappolati nel nostro stesso corpo, impostori di noi stessi? Inoltre troviamo un altro dilemma morale che dilania il povero Bishop, prova attrazione per Evelyn, di conseguenza sente la necessità di metterla in guarda dall’omicidio che la riguarda, ma se la salva come può smascherare l’assassino e quindi garantirsi la libertà?

Turton tocca un problema centrale nel genere thriller, non si può avere un giallo senza un omicidio, che è per sua natura un atto brutale, qui entra in gioco il genio, usa ingegnosamente l’idea dei loop temporale per aggirare il problema, ogni mattina riporta in vita le vittime, in questo modo l’atto dell’omicidio non sembra poi così terribile o preoccupante, semplicemente accade.

Forse proprio questa mossa tanto geniale è allo stesso tempo il suo tallone d’Achille, perché perde, in parte, il coinvolgimento emotivo del lettore, questo secondo me è il punto di rottura tra chi ama e chi odia. Il lettore stesso ad un certo punto entra in quello stesso loop e si chiede quando finirà questo continuo andare avanti e indietro nel tempo, dentro e fuori da corpi e dalle personalità, quando si arriverà davvero a qualche indizio che non venga smentito. A mio avviso, invece, gli indizi ci sono fino dalla prima pagine, solo che una prima lettura non li può vedere, probabilmente con una seconda lettura, e la conoscenza di tutti gli elementi fondamentali, si riuscirebbe scendere a un secondo livello di profondità, come thriller psicologico infatti il libro non può essere criticato, alla fine è la storia che trionfa, con una serie di rivelazioni dell’ultimo minuto folgoranti e un finale a cui non arriverete mai, ma mai nemmeno se adesso potessimo scommettere. Probabilmente perché in realtà non ha alcun senso rispetto alle 400 pagine precedenti, nonostante tutto abbia un suo preciso senso logico, ma a chi importa della logica quando la storia è coinvolgente, incasinata, fuorviante, magnetica? Se state cercando un libro che segua uno schema lineare allora non ve lo consiglio assolutamente, vi farà solo infuriare. Diversamente, se avete voglia di farvi prendere in giro per 500 pagine rimanendo come degli allocchi in più occasioni allora non perdetevelo.

Intanto io ho iniziato a leggere anche il secondo libro di Stuart Turton, “Il diavolo e l’acqua scura”, sempre edito da Neri Pozza, la storia sembra altrettanto intrecciata e ricca di personaggi così interessanti che non vedo l’ora di parlarvene. Per chiudere aggiungo solo che Le sette morti di Evelyn Hardcastle sarà una serie Tv di Netflix, suddivisa in sette episodi da 60 minuti l’uno, data di uscita ancora non pervenuta.

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