Bardo di Alejandro Iñárritu un regista e i suoi sogni per chiedersi che tipo di esseri umani siamo. Recensione

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Alejandro Iñárritu arriva alla Mostra del Cinema di Venezia 2022 con Bardo, in concorso alla 79° edizione del Festival. Il film è un viaggio nell’onirico, nel grottesco e nel surreale per una storia che stupisce, emoziona e sorprende continuamente, salvo alcuni momenti stanchi.

Bardo è la storia di Silverio e del suo viaggio onirico in tanti livelli dell’inconscio, ciascuno rivolto a raccontare in maniera fortemente immaginifica tutti gli aspetti della vita del protagonista che nel sogno ripercorre e cerca di affrontare tutti gli aspetti della sua vita, dal matrimonio, alla vita sessuale, dalla famiglia alla paternità, passando per il suo essere figlio.

Silverio è un giornalista messicano e regista di documentari ed è tornato nella sua terra di origine in occasione di una cerimonia di premiazione in suo onore, organizzata dai suoi connazionali. Silverio sta attraversando una forte crisi esistenziale e si pone tante domande sul proprio modo di abitare questa vita che al momento gli sembra piena di domande con zero risposte. Silverio cerca di affrontare ogni problema rivivendolo nel sogno, un sogno che sembra un film di cui lui è il protagonista assoluto.

La dimensione affascinante e onirica è tale che sembra di trovarci in tutta la filmografia di Fellini anche se purtroppo l’esempio è abusato ma mi è sembrato molto evidente il riferimento a quel modello.

In questo viaggio in apparenza senza filo conduttore (lo scopriremo solo alla fine) Silverio si pone domande su tutto e mette in discussione ogni cosa arrivando a non riconoscere più se stesso, a trasformarsi e trasfigurarsi. Il nodo cruciale di tutti i suoi problemi è legato alla morte (tema ricorrente nei film in concorso visti fin ora) prematura di un figlio nato e poi vissuto solo trenta ore.

In una scena iniziale in sala parto sua moglie infatti ha appena dato alla luce un bambino che però sembra non volerne sapere di far parte di questo mondo. I medici le fanno sapere che il bambino si rifiuta di partecipare alla vita e vuole tornare indietro per cui assistiamo a questa scena del bambino che viene “inserito” nuovamente nella pancia della madre attraverso la vagina, insomma un parto al contrario.

Questa non è l’unica immagine disturbante e grottesca alla quale assistiamo, ce ne sono diverse, una per esempio vede il protagonista in dialogo con suo padre e Silverio mentre parla fa una regressione alla dimensione bambinesca ma solo nelle sue dimensioni, il suo corpo diventa piccolo alto quanto quello di bambino di non più di 5 anni ma la sua testa resta quella di un uomo.

Il percorso del protagonista è tutto negli eventi passati e cruciali della sua esistenza ma più va in profondità nel sogno e più complessi e senza senso diventano i segni da interpretare. Ma è bene sottolineare una cosa importante, in questo film si ride anche e ci si emoziona per cui se state pensando si tratti del solito polpettone melodrammatico e lento vi sbagliate. Di certo ha una durata alta per essere un film che sarà distribuito da Netflix ma se siete degli spettatori allenati non avrete alcun problema.

Le domande che Silverio si pone sono molto intime e sicuramente hanno a che fare con la sua vita personale ma allo stesso tempo il protagonista di questa storia è anche una sorta di everyman contemporaneo che si pone domande universali per le quali anche noi almeno una volta abbiamo cercato una risposta.

In questa storia si parla molto anche di radici e identità, Silverio è messicano ma ha anche vissuto tanto in America quindi si sente a casa anche lì ma il discorso dell’identità non è così semplice e viene discusso molte volte, una di queste in un’emblematica scena all’aeroporto, al confine tra i due Paesi.

Il discorso del film pertanto si fa più ampio e cerca di riassumere i molti dubbi messi sul piatto con un’unica grande domanda: che tipo di esseri umani siamo diventati?