È arrivato il momento di parlare seriamente di Maniac, se avete seguito le mie storie sul canale Instagram di Fortementein vi sarete accorti che nel parlarne ero confusa, amareggiata, poi euforica e un po’ stranita. C’ho messo tanto a elaborare un pensiero; oggettivamente Maniac è una di quelle serie che o ami alla follia o odi a morte e comunque, per arrivare alla consapevolezza, hai bisogno di alcuni giorni di riflessione e detox. Esatto, detox perché questa serie ha il potere di intossicarti e farti perdere il raziocinio. Un secondo dopo il finale piangi, ridi, hai il cuore in frantumi pieno di emozioni differenti e nel frattempo pensi: ma che cacchio ho visto?

Iniziamo con calma, per chi non l’ha vista o non sa di che cosa si tratta Maniac è una nuovissima serie uscita il 21 settembre su Netflix creata da Patrick Somerville e diretta da Cary Joji Fukunaga (un genio? Forse).
È ambientata in una New York retro-futuristica, ovvero è palese che si tratti di un futuro prossimo, lo si percepisce da alcuni dettagli non fondamentali per la storia come: koala robotici che giocano a scacchi nei parchi, robottini che girano per le strade per pulire la cacca di cane e una “nuova” Statua della Maxi Libertà. Tutto questo catapulta immediatamente in un tempo non esattamente presente, ma nel contempo, per come è girata, sembra di essere all’inizio degli Anni ’80 per le ambientazioni e le scene. Un futuro presente non ben delineato che sfocia nel passato. Insomma: ipnotico!

La trama racconta la storia di Annie Landsberg (Emma Stone) e Owen Milgrim (Jonah Hill), due estranei coinvolti nelle fasi finali di una misteriosa sperimentazione farmaceutica, ognuno per ragioni diverse. Annie è frustrata e alla deriva, ossessionata dai rapporti spezzati con la madre e la sorella. Owen, quinto figlio di ricchi industriali di New York, affronta da sempre una contestata diagnosi di schizofrenia. La vita di entrambi non va bene e la promessa di una cura farmacologica nuova e rivoluzionaria (una combinazione di pillole che secondo l’inventore, il dottor James K. Mantleray (Justin Theroux), è in grado di riparare qualsiasi cosa al livello della psiche, dalle malattie mentali alle delusioni amorose) porta i due, assieme a una decina di sconosciuti, alla sede della Neberdine Pharmaceutical and Biotech. Qui si tiene un test clinico di tre giorni che, da quanto assicurato, è completamente privo di complicazioni o di effetti collaterali e risolverà in maniera definitiva tutti i loro problemi.

Da qui inizia il “delirio”: ogni volta che l’esperimento inizia ci si chiede dove i due si troveranno, se tra sogno o follia, psichiatria o pseudoscienza, passato o futuro, il tutto condito da humor e scene splatter. Si attraversano scenari incredibili, ci troviamo in un dramedy alla fratelli Coen, poi nelle foreste elfiche alla “Signore degli Anelli” per passare ad ambientazioni alla “Mullholland Drive” per poi finire in un film sul futuro con ladri raffinati ed eleganti. Si esplorano sentimenti ed emozioni umane fino alla radice, fino ad affondare nel dolore per poi risalire.

Si affrontano temi quali il lutto, la follia, la paranoia. Le fasi di superamento della propria malattia vengono raccontate attraverso l’immersione completa nelle fantasie dei pazienti. È proprio questo che promette la cura, la discesa a rotta di collo verso la distruzione interiore per poi cominciare la risalita fino alla rinascita personale, insomma la guarigione.

Dovete guardare Maniac?
, perché forse Fukanaga è davvero un genio e il mondo che ha costruito è meraviglioso, ci si ferma a osservarlo per scoprirne tutti i dettagli. Il design di interni è stupefacente così come gli elementi scenografici esterni. Le idee che ha tirato fuori sono pazzesche e con una buona dose di critica sociale come gli Ad Buddy: se non hai abbastanza soldi per comprare qualche cosa ti puoi rivolge a un Ad Buddy che mette i soldi al posto tuo e in cambio tu devi ascoltare i sui annunci pubblicitari per un tempo proporzionale ai soldi spesi. Oppure troviamo gli “amici a pagamento”: se non hai amici si pagano persone che recitano la parte scritta di un’amicizia. Idem, se hai perso il marito puoi sostituirlo con una persona che prenda il suo posto in una spece di recitazione di vita cogniugale.

perché Emma Stone e Jonah Hill sono strepitosi in ogni singolo frame di ogni singola puntata per dieci puntate, l’emozione che le storie di questi personaggi riescono a trasmettere è incredibile, come una versione moderna di Eternal sunshine of the spotless mind.

perché in sole dieci puntate della durata variabile si toccano e sviscerano temi complessi che valgono interi film reputati capolavori, come sulle persone che devono accettare la perdita di una persona cara, o sulle famiglie disfunzionali, o ancora sulle malattie mentali.

In conclusione, anche se all’inizio può sembrare un po’ ostica come serie, leggermente lenta e difficile da seguire se si è particolarmente stanchi dopo una giornata di lavoro, merita di essere vista.

Alessandra Chiaradia
È nata a Milano ma ben presto è espatriata nella provincia. La Brianza è la sua casa, ma il suo cuore resta fedelmente Meneghino, ama la città che le ha dato i natali e, novella Sherlock Holmes, appena ne ha l'occasione ne svela i misteri, le meraviglie e anche qualche negozio. In overdose di creatività, il ruolo di Art Director inizia a starle troppo stretto; abbandonati i pennarelli inforca la Bic. “Lunga la strada, stretta la via… avete detto la vostra, adesso dico la mia”, per aspera ad astra c’è stato l’upgrade: entra nella hall of fame dell’Albo. Giornalisti si nasce...

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