New Zebedee, contea di Capharnaum, anno 1948. Lewis Barnavelt, 10 anni, orfano di padre e madre, cresciuto da due zie zitelle di religione battista si avvia insieme alla sua pesante valigia di cartone verso la sua nuova vita. Irrequieto e impacciato, e anche un po’ imbigottito nella sua “fede” di bambino, farfuglia qualche parola delle litanie da chierichetto: un bravo bambino con i capelli impomatati di brillantina Wildroot e pettinati con la riga in mezzo. Così si presenta ex abrupto il protagonista principale de “Il mistero della casa del tempo” (DeA Planeta) romanzo fantasy per bambini, riedizione di quello scritto da John Bellairs e pubblicato la prima volta, con il titolo La pendola magica, nel 1973 con le illustrazioni di Edward Gorey, dal quale è stato tratto l’omonimo film, (in questi giorni nelle sale cinematografiche) con Jack Black e Cate Blanchett per la regia di Eli Roth di cui abbiamo scritto qui.

John Bellairs

Abbiamo una casa stregata, un orologio che ticchetta ma non si vede mai, un orfano che entra nella casa di uno zio un po’ matto e una misteriosa serie di eventi incredibili.
Stanti così le cose nulla di nuovo all’orizzonte (in tutti i sensi). Poco male se consideriamo che si tratta di un romanzo per ragazzi, scritto quasi 50 anni fa. Il problema è che, nonostante il successo di pubblico e critica che ebbe illo tempore, questo romanzo non mi convince, come invece pare riesca a convincere il pubblico il film, complice il cast, gli effetti speciali e l’aura della magia dell’era post Harry Potter, con maghi in ogni dove e un florilegio di creature oltremondane tra streghe, vampiri, demoni, lupi mannari e chi ne ha, più ne metta.

È vero, non sono più una ragazzina, ma sono abbastanza onnivora in fattore di libri, che non mi sento di negare di leggere spesso libri per “giovani lettori” e di apprezzare particolarmente fantasy e gothic fantasy in generale, quindi escluderei la questione gusto. 

Ma procediamo con ordine. 

Lewis Barnavelt è un bambino, dicevamo, di cui l’autore dà una descrizione indiretta, attraverso i pensieri e gli atteggiamenti. Un bambino come tanti bambini della letteratura, alla ricerca: di un amico, di un affetto, della felicità, di un mistero (come se l’amicizia o i sentimenti o la felicità stessa non lo fossero). Un bambino solo, e non soltanto perché orfano, ma anche perché emarginato e deriso per il suo aspetto fisico, per le sue scarse attitudini sportive, “bullizzato” diremmo oggi. Goffo e insicuro, mette in moto una serie di eventi per mantenere l’amicizia, l’unica che ha, con Tarby, ragazzino strafottente, arrogante e ipocrita che nasconde nell’essere “fintamente interessato” le sue debolezze che porteranno il mondo sull’orlo della fine. Lewis: timido, ansioso di rendersi apprezzabile, pasticcione, per lo più pauroso sebbene con qualche sprazzo di momentaneo coraggio, come quello che gli consentirà di risolvere la situazione e riportare il tutto alla “normalità” se di normalità si può parlare. 

Un personaggio che si sarebbe potuto caratterizzare meglio e sviluppare di più. Ciononostante, mi ha stupito, e non so se positivamente oppure no, il fatto che il personaggio seppur abbozzato da Bellairs, a dispetto dei suoi 10 anni suonati, sia capace di esprimere sia la classica (e oserei dire fisiologica nonché giusta) immaturità propria dell’infanzia, sia una maturità che, a parer mio, poco si addice a un bambino. 

Altri due protagonisti, già più promettenti, sono lo zio Jonathan van Olden Barnavelt, pecora nera della famiglia; il più eccentrico, fumatore incallito e un giocatore d’azzardo dalla folta barba rossa e dall’amorevole pancia prominente, ossessionato dagli orologi, che si dedica all’occultismo e alla magia insieme alla stravagante vicina, Florence Zimmermann. Loro sono i “buoni” del romanzo, dotati di una frizzante simpatia, poteri magici e istintivamente protettivi verso Lewis. Un esempio schietto di amicizia e affiatamento che ( fortunatamente) non tracima nel sentimental-amoroso. Lo zio Jonathan e la signora Zimmermann non fanno mistero di essere associati alla “società dei maghi” e senza troppi preamboli introducono anche Lewis alle arti della magia. Non in stile Hogwarts intendiamoci, ma attraverso oggetti che si animano o piccoli intrattenimenti organizzati.
Insomma, la magia qui è data come per scontata e totalmente normale in un contesto come quello di New Zebedee, tanto da essere tranquillamente argomento di conversazione e dimostrazione. 

L’elemento “magia”, che impregna tutto il romanzo, è però un po’ campato per aria. Da solo non si spiega. Personalmente mi è sembrato oltre che decontestualizzato, anche impoverito nelle sue infinite potenzialità. Se l’intento era quello di trovare la magia nella normalità della vita, beh… si poteva fare di meglio. 

Un protagonista muto, poi, è la villa dello zio Jonathan, una casa che nasconde passaggi segreti, sortilegi e illusioni in una strada, chiamata Via della Vetta, appollaiata in cima ad una collina. Scrigno di innumerevoli orologi che suonano all’unisono, di un organo che suona da solo, di specchi che riflettono immagini di altri luoghi e di altri mondi, e di ombrelli che diventano bacchette magiche e vetrate che cambiano soggetto. Una casa che rima di passare allo zio Jonathan apparteneva ai coniugi Izard, Isaac e Selenna, che scopriremo essere poi gli antagonisti di Lewis, dello zio e della signora Zimmermann, delineati a tinte nemmeno troppo fosche.

Soprattutto Selenna, delude un po’. Cattiva, ma non particolarmente crudele, si dice sia una strega potente, che cerca di portare a termine un vecchio e diabolico piano orchestrato insieme al marito per distruggere l’umanità intera, che, alla fin fine, si fa ingenuamente “fregare” da un bambino, che si trasforma in eroe quando inizia ad avere un po’ più di fiducia in se stesso. 

Insomma, nel complesso il romanzo non mi ha entusiasmata. Lo svolgimento della trama, a parte qualche raro momento di effettiva suspence, è fiacco e soprattutto la conclusione è piuttosto frettolosa e oltre che poco chiara. Sarà che il romanzo è un po’ datato, sarà che inizialmente era stato scritto per adulti e poi riscritto per un pubblico di lettori più giovane, ma lascia quell’sapore di amaro in bocca di aver letto qualcosa di incompleto, appena abbozzato. 

Lettura perfetta per bambini under 10 anni, neofiti del genere, che non hanno ancora “termini di paragone” letterari. Non certo per i fan rimasti orfani di Harry Potter.