Dopo il Leone d’oro nel 2014 per Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, torna alla Mostra del Cinema di Venezia Roy Andersson con Om det oändliga (About Endlessness). Il film è in concorso nella sezione Venezia 76.

In quest’ultimo lavoro si riconosce lo stile di Andersson che gioca molto sull’assurdità delle situazioni narrate. Situazioni che sono apparentemente assurde ma che racchiudono in sé l’essenza della vita stessa. Si tratta, anche questa volta, di una serie di tableaux vivants in cui ci vengono mostrate delle situazioni di tutti i giorni, per esempio la vicenda di un uomo che piange in autobus perché non sa cosa vuole nella vita oppure quella di un prete che ha perso la fede e va dallo psicologo che è solo preoccupato di non perdere l’autobus, o ancora un uomo che ha appena fatto la spesa e incontra in cima alla scala un suo vecchio amico, lo saluta ma questi gli serba ancora del rancore e dunque lo ignora. Non mancano i riferimenti ad eventi storici importanti, per esempio in questo caso c’è un richiamo alla caduta di Adolf Hitler.

Come sempre ciò che caratterizza queste situazioni è la fissità nello sguardo dei personaggi insieme ad una generale immobilità e ai volti terrei e bianchi. I personaggi di Andresson sono vivi solo in apparenza, la loro passività li fa sembrare dei morti che camminano. È il tipico linguaggio del regista svedese che vuole raccontare attraverso la banalità del quotidiano e il simbolismo di certe situazioni, la vacuità dell’essere umano e forse il senso stesso della vita.

Di diverso calibro è stato il thriller di Atom Egoyan, Guest of honour che presenta sicuramente un ritmo più serrato e ci porta nella vita di un ispettore sanitario, interpretato da David Thewlis, e di sua figlia (Laysla De Oliveira). Il lavoro dell’ispettore sanitario consiste nell’andare a fondo nelle cose per scoprire se un ristorante rispetta le norme igieniche. Allo stesso modo, con la lente di ingrandimento andiamo a scavare nel rapporto padre -figlia e nei segreti che ciascuno dei due porta con sé. La storia non è raccontata in modo lineare ma attraverso dei flashback narrati dalla stessa figlia a un prete di paese il giorno del funerale del padre.
La ragazza tempo prima è stata in prigione per abuso di potere e per aver avuto rapporti con un suo allievo minorenne.
Apparentemente sembra essere questo il contenuto della storia ma si rivela essere solo un pretesto per raccontare qualcosa di più profondo che nascondono entrambi.
Il film scorre veloce nell’intricato percorso di avvenimenti che riguardano il lavoro del padre e quello della figlia e ci spinge a farci domande e cercare le risposte per poi arrivare alla fine con un senso di vuoto emotivo perché sentiamo che la morte del padre ha impedito una riappacificazione. Questa è anche una storia di espiazione, di chi dei due lo lasciamo dire al film.