West Side Story, il trionfale e iperreale remake di Spielberg. Recensione

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Le stupefacenti ricostruzioni della New York del film conservano le canzoni e le danze in una narrazione che vi lascerà a bocca aperta e adesso lo potete vedere su Disney+.

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West Side Story 2.0 di Steven Spielberg è un atto estatico di adorazione degli antenati: un revival vividamente sognato, astutamente modificato e visivamente sbalorditivo. Nessuno tranne Spielberg avrebbe potuto realizzarlo, creando un film in cui la colonna sonora di Leonard Bernstein e i testi di Stephen Sondheim brillano con una nuova e feroce chiarezza.

Spielberg conserva la narcisistica “I Feel Pretty” cantata da Maria, spostandola dall’atelier della sposa a un grande magazzino di lusso dove lavora come donna delle pulizie. Questo era il numero su cui lo stesso Sondheim aveva avuto dei ripensamenti a causa della sua codardia. Ma la sua realizzazione è del tutto appetibile.

Spielberg ha lavorato con lo sceneggiatore Tony Kushner per cambiare il testo originale di Arthur Laurents, cambiando l’enfasi e dando nuovi tratti al dialogo in spagnolo senza sottotitoli e mantenendo gran parte dell’idioma visivo della coreografia stilizzata di Jerome Robbins.

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Questo nuovo West Side Story non è aggiornato storicamente, ma non è nemmeno un remake fotogramma per fotogramma. Audacemente, e forse quasi provocatoriamente, riproduce l’ambiente del periodo originale con stupefacenti ricostruzioni digitali della New York di fine anni ’50 i cui dettagli autentici coesistono con una teatralità spudorata. Sul grande schermo l’effetto è iperreale, come se si fosse in qualche modo tornati indietro di 70 anni, sia sul palcoscenico del musical che arrivò per la prima a Broadway, sia nelle strade della città.

Si rimane davvero affascinati fin dalle sequenze iniziali di “prologo”, in cui la macchina da presa scorre sui rottami dei bassifondi dell’Upper West Side di Manhattan del dopoguerra, come in un mistero fantascientifico, con espressioni musicali stranamente familiari che riecheggiano dal basso.

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La storia originale era notoriamente basata su Romeo e Giulietta di Shakespeare, ma con una differenza molto importante. I Jets e gli Sharks, a differenza dei Montecchi e dei Capuleti, non hanno entrambi le stesse possibilità: i Jets sono bianchi, con un vantaggio strutturale sui loro nemici portoricani, e questa produzione, con un coerente casting latino per gli Sharks, sottolinea la somiglianza etnica dei poliziotti bianchi con i Jets, in una sorta di neutralità co-belligerante. Corey Stoll interpreta il tenente Schrank e Brian D’Arcy James è il risentito agente Krupke.

La scena è quella delle macerie dell’Upper West Side nel 1958, dove i palazzi in rovina vengono abbattuti per il nuovo lussuoso Lincoln Center. Ansel Elgort interpreta Tony, un giovane bianco ed ex membro dei Jets che questo film immagina essere appena uscito di prigione per un atto di violenza che lo ha scoraggiato dal farsi coinvolgere nella guerra tra bande.

Ora alloggia nel drugstore di Doc: o meglio la sua padrona di casa è la vedova del defunto Doc, Valentina, meravigliosamente interpretata da Rita Moreno, che era Anita nella versione originale del 1961. Un incontro d’amore anglo-latino, il futuro che avrebbero dovuto avere Tony e Maria.

Il miglior amico di Tony è il leader dei Jets, Riff, interpretato da Mike Faist, la cui faccia affilata ha l’aspetto avvizzito e ruvido di qualcuno molto più adulto, e Riff vuole disperatamente coinvolgere Tony in una nuova rissa pianificata con gli Sharks portoricani che stanno invadendo il loro territorio in numero crescente, e questo nuovo film ci fa vedere quel fastidioso disgusto dei protestanti per la crescita dei cattolici.

Il leader degli Sharks, Bernardo (David Alvarez), ha una relazione focosa con la sua ragazza Anita (un’esuberante e intelligente Ariana DeBose nominata agli Oscar come miglior attrice non protagonista) ed è oppressivamente protettivo nei confronti di sua sorella Maria: una dolce e malinconica performance della nuova arrivata Rachel Zegler.

Tony e Maria si incontrano e si innamorano a un ballo locale e la loro trasgressiva relazione per un microsecondo mostra a tutti la possibilità di un futuro moderno e non divisivo – ma finisce nella violenza. Infatti, la tragedia degli errori che conclude il dramma è la più plausibilmente tramata rispetto a qualsiasi opera scritta da Shakespeare.

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Elgort e Zegler sono una coppia più reale di Richard Beymer e Natalie Wood nell’originale: ma hanno la stessa fondamentale innocenza e la stessa pittoresca mondanità pre-pop, pre-cultura giovanile degli anni 60. West Side Story è artificioso, certamente, un fiore all’occhiello del teatro musicale, e Spielberg giustamente non cerca di nascondere nessuna di quelle origini sceniche.

La sua padronanza della tecnica è entusiasmante; ci si innamora di questa struggente favola americana che racconta, a distanza di decenni, ancora una volta dell’amore condannato.