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Abbiamo intervistato Karen Cleveland, ex agente della CIA, autrice di “Solo la verità”

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Abbiamo avuto il privilegio di partecipare a una tavola rotonda con Karen Cleveland, l’autrice del bestseller internazionale “Solo la verità” edito da Dea Planeta Libri.

Collegata in diretta tramite Skype dalla sua abitazione, l’autrice, con un passato di ben otto anni nella CIA, dopo un’introduzione in cui ha illustrato la sinossi del romanzo, di cui potete leggere la nostra recensione, e, dopo averci parlato dei suoi esordi nell’Agenzia, ha risposto ad alcune domande in merito alle tematiche legate al suo acclamato thriller e al mondo ad esso connesso.

Karen Cleveland ha lavorato alla CIA per otto anni come analista: è stata un’esperienza estremamente interessante, era una professione eccitante, piena di soddisfazioni, un lavoro quotidiano molto intenso.
Le due ragioni che mi hanno spinta a lavorare per la CIA sono state gli attacchi dell’11 settembre e poi la morte di un mio amico, in Iraq. Mi sono avvicinata alla CIA con la volontà e la speranza di poter fare qualcosa per rendere il mio paese più sicuro.
Ho cominciato a lavorare sulla Russia, ma dopo un po’, però, sono passata all’antiterrorismo, che era esattamente nei miei progetti iniziali, quello che desideravo fare, lavorando dapprima sul Pakistan e poi sulla Siria.

Nonostante fosse un lavoro così importante e ricco di soddisfazioni, questo dover pensare al terrorismo, alla possibilità di un attacco e passare le giornate a interrogarsi attorno a questo tema così angosciante, cominciava a pesarmi. Dopo la seconda maternità ho deciso che avevo bisogno di una pausa.

Per quanto riguarda la fase del reclutamento da parte della CIA c’è un processo lunghissimo che dura addirittura un anno, in cui vieni valutato sotto ogni possibile profilo: ti fanno dei test psicologici e degli assessment di natura medica. Per un anno vanno avanti a cercare di scoprire tutto quello che ti riguarda, per capire se sei un candidato adatto e credibile per un ruolo così delicato. È stata davvero un’esperienza fantastica e sono assolutamente grata di essere riuscita ad entrare, cosa tutt’altro che scontata.

Giorno dopo giorno sono arrivata a sentirmi un po’ provata dalla natura del lavoro, così ho deciso di prendere un congedo di maternità particolarmente lungo. Ho colto l’occasione di provare a cimentarmi nella scrittura, un sogno che avevo nel cassetto. Proprio durante la maternità per il secondo figlio ho scritto il secondo romanzo.

Per andare un po’ più a fondo nella genesi del romanzo Karen ci racconta che ha conosciuto suo marito proprio nel momento in cui stava cominciando a lavorare per la CIA. Quando sei un impiegato della CIA fresco di assunzione, molti dei tuoi superiori ti ripetono con insistenza che devi stare molto attento a chi ti avvicina nella tua vita quotidiana, perchè potrebbe trattarsi di agenti del controspionaggio di paesi stranieri, che cercano opportunità di intrufolarsi nella tua vita e magari a farti passare informazioni al ‘nemico’. E quindi quest’uomo, che sembrava perfetto, bellissimo, in gamba, carino, gentile e attento mi ha fatto pensare: “Forse non è chi dice di essere”. Da questa idea, curiosa, di cui poi mi sono liberata – nel senso che il marito effettivamente è la persona meravigliosa che sembrava essere – è nato il tema del romanzo.

Avendolo vissuto in prima persona mi sono interrogata su che cosa potesse voler dire avere una famiglia, con tutta la ricchezza e anche la complessità che questo comporta, e trovarsi nella posizione di dover fare delle cose molto coraggiose ma anche ‘sbagliate’, problematiche per difenderla. Le spie sono esseri umani come tutti gli altri, e chiunque lavori per un’agenzia come quella in cui ho lavorato io, lo sperimenta in prima persona.

Da sempre il mondo sommerso degli enti governativi, dei servizi segreti, degli agenti affascina moltissimo il pubblico. Dato il suo trascorso, cosa pensa dell’impatto che il grande scandalo legato a Edward Snowden, che ha spiattellato segreti di stato e ha messo in seria difficoltà delle nazioni intere, può avere avuto sugli equilibri mondiali?
Naturalmente dal mio punto di vista, e da quello di tutte le persone che hanno lavorato con me nella CIA, il fenomeno dei ‘leaks’, cioè quando vengono rivelate informazioni riservate a cui noi abbiamo accesso per ragioni professionali, è una cosa terribile, che io assolutamente deploro. Il rischio è quello di mettere in pericolo delle persone e quindi  naturalmente sono fortemente contraria e penso che queste persone, questo genere di  responsabilità non l’abbiano ben presente. Nel romanzo, naturalmente, Vivian, la protagonista, prende delle decisioni decisamente controverse. Il gusto di scrivere questa storia è proprio quello di mettere a confronto questi due sistemi di valori: la lealtà, che la lega anche ai valori etici più profondi e dall’altro l’amore che prova per i suoi cari. Quindi sono turbata profondamente dalla storia di Snowden, e come me tutti i miei colleghi.

Il libro sta diventando un vero e proprio fenomeno editoriale, come la vivi? Te l’aspettavi, anche in relazione al forte interesse per una protagonista femminile che non è comune da trovare in questo tipo di storie?
Non c’è niente di strano nell’essere una donna e lavorare alla CIA, perchè circa la metà dei miei colleghi più stretti erano donne. Semmai, mi interrogo sul perchè non esistano più film e più libri che raccontano questo: l’esperienza di un’agente che lavora per la CIA dal punto di vista femminile. Rispetto al grande successo che, ancor prima della pubblicazione, il libro ha raccolto a livello internazionale, è stata un’esperienza pazzesca. David Kenneth – che è l’agente di John Grisham – che è uno dei più grandi a New York, si è innamorato del progetto, l’ha subito sposato. Ventiquattr’ore dopo avevamo una serie di offerte dai più grandi editori americani. E poi, da lì, si è scatenato un inferno: in tutto il mondo ci sono state aste forsennate per aggiudicarsi i diritti del romanzo. E per il film, nelle prime quarantott’ore, è arrivato l’acquisto da parte della Universal. Quindi mi sento molto fortunata perchè non poteva andare meglio di così. Da debuttante, ero sicura di avere un buon materiale per le mani, ma avevo anche tanti dubbi: è andato tutto per il meglio.

Una delle tematiche portanti del racconto è la scoperta che il compagno di vita della protagonista non è chi dice di essere. Talvolta si pensa di conoscere davvero qualcuno e quando scopriamo determinati segreti tutto cambia: come ti sei rapportata nel strutturare questo intreccio domestico così delicato?
Nella vita reale non hai modo di sapere se quello che la persona che incontri racconta del proprio passato, del proprio background familiare ed esperiene sia vero al cento per cento: devi sostanzialmente fidarti dell’immagine che danno di sè. E questo fatto mi ha fatto molto riflettere, è un concetto interessante, dal quale sono partita nel romanzo.

In base alla sua esperienza sul campo ci sono metodi per capire la veridicità in quello che racconta una persona? Ti veniva permesso di raccontare ad amici e conoscenti della tua professione?
Per quanto riguarda il grado di verosimiglianza della vicenda, non è basato su una storia vera, però una storia del genere potrebbe, in teoria, capitare: non troppo tempo fa, sono state arrestate delle spie russe dormienti sul territorio degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, ho molta fiducia nel sistema di controlli che la CIA e le altre agenzie mettono in atto nei confronti dei loro dipendenti, ma anche nei confronti delle mogli e dei mariti. Quando tu sei in una relazione seria con qualcuno, loro fanno ‘i compiti’ e cercano di capire di chi si tratta; e poi insistono moltissimo sul fatto che devi fare rapporto: qualunque cosa strana noti, qualunque dettaglio che non ti torna, qualunque cosa tu consideri anche soltanto potenzialmente sospetta, va assolutamente comunicata ai tuoi superiori. Ed è la cosa che Vivian non fa nel romanzo: quando si sente intrappolata in questa situazione e minacciata dal fatto che il marito le chiede di salvarlo, intervenendo a favore dei russi e facendo delle cose che non deve fare, sostanzialmente commette un errore. Un grande errore. Non lo racconta subito a chi dovere e da questo si scatena un effetto valanga, la situazione va completamente fuori dal suo controllo e lei ne finisce fagocitata, provocando conseguenze che non si possono più controllare.

Recentemente a livello di cinematografia europea sono stati sviluppati due film che hanno avuto come fulcro il tema dello spionaggio: Atomica Bionda, in primis, e Red Sparrow. Il rischio del cinema è sempre quello di travisare troppo, qual è la tua opinione in merito alla verosimiglianza dei fatti narrati in queste opere?
Assolutamente, sono d’accordo con te. Spesso, sia nei libri che nei film ci sono molti elementi completamente irrealistici. Ma, allo stesso tempo, rimarco come, in effetti, la realtà in cui viviamo immersi oggi è spesso assolutamente delirante: il vecchio luogo comune secondo il quale la realtà è spesso più strana della fantasia, o di qualunque cosa un autore possa immaginare nel suo tempo libero o nel suo tempo di lavoro, è assolutamente vero. Le cose che leggiamo sui giornali spesso sono talmente assurde, che davvero qualunque esagerazione impallidisce in confronto a quello che succede davvero.

L’immaginario collettivo che oltreoceano abbiamo della CIA, dell’FBI e delle agenzie governative statunitensi è molto romanzato dalle serie tv, che sfalsano la reale pressione carico che hanno effettivamente gli agenti. Loro vivono il loro compito come lavoro o come una missione? Il lavoro diventa la vita per loro o riescono a portare avanti un doppio binario?
Anche senza entrare in una dimensione epica, effettivamente per la maggior parte della gente che ci lavora, è un po’ più di un lavoro qualunque. Si sente una fortissima responsabilità. Io me ne sono andata per fare la mamma e per scrivere. Trovo abbastanza frustrante che l’Agenzia sia spesso oggetto di copertura mediatica negativa, sempre rappresentata come ‘il cattivo’ della situazione: tutti gli errori vengono evidenziati, amplificati, discussi, ‘fatti a fettine’ mentre tutte le cose buone e i successi ottenuti vengono messi ‘sotto traccia’ e questo è un aspetto particolarmente negativo per chi vi lavora.