Seaspiracy, il nuovo documentario di Netflix diretto e girato dall’attivista britannico Ali Tabrizi, il suo obiettivo è quello di portare alla luce la corruzione etica legata all’industria della pesca commerciale. In realtà, all’inizio il suo obiettivo rispetto al documentario era più modesto, voleva tirare le somme sull’inquinamento negli oceani dovuto alla plastica e fare luce sulla caccia alle balene in Giappone. Partendo da qui ha scavato sempre più a fondo fino ad aprire un terribile vaso di Pandora, trovandosi coinvolto in qualcosa di enorme e finendo in acque più profonde e torbide di quanto si aspettasse. Il film è dello stesso produttore di Cowspiracy, un documentario fortemente criticato per essere stato troppo superficiale nel trattare i fatti, con Seaspiracy diventa necessario riprendersi la credibilità con argomentazioni più convincente rispetto al tema della responsabilità ecologica.

La struttura infatti regge, Tabrizi racconta della sua infanzia, di quando andava al Sea World, un grande parco acquatico, si sedeva sulle ginocchia dei suoi genitori e guardava i delfini e le orche fare divertenti evoluzioni davanti a un pubblico in visibilio, lui compreso. L’interesse per queste creature è iniziato da molto giovane, la sua ispirazione arrivava da registi e animalisti del calibro di Sylvia Earle, Jacques Cousteau e David Attenborough, crescendo ha violentemente messo da parte tutto il fascino legato a questo tipo di spettacolo studiando le basi di come funziona la fauna marina e capendo che qualcosa non andava. Tabrizi voleva fare la differenza e qual è la prima cosa che fa un “nuovo attivista”? Ovviamente cercare su internet tutte le associazioni possibili, firmando petizioni e facendo donazioni, pensava che questo modo di agire fosse il migliore per combattere la caccia alle balene o l’inquinamento. Preso dal desiderio di fare la differenza lo vediamo chiamare un ristorante per chiedere se usano le cannucce di plastica che, come vediamo dai grandi titoli, sono estremamente dannose per l’ambiente, ovviamente il ristorante gli riattacca.

La sua ricerca della verità continua e così scopre che combattere la battaglia contro le cannucce, pensando che siano il vero problema dell’inquinamento marino, è come combattere la deforestazione vietando di usare gli stuzzicadenti. Indagando sulla proliferazione della plastica negli oceani scopre che la maggior parte dell’inquinamento proviene dalle reti da pesca e da altri rifiuti industriali, la cosa davvero demotivante è che proprio le eco-organizzazioni a cui stava dando il suo contributo sono le stesse che fanno grossi titoloni nella campagna contro le famigerate cannucce, quando in realtà comprendono lo 0,03% dell’inquinamento, senza però fare mai, o quasi mai, riferimenti alla pesca commerciale, il vero problema. Appena scopriamo questo fatto davvero importante e di grande rilevanza Tabrizi cosa fa? Parte per il Giappone, destinazione Taiji, il terrificante luogo dove i delfini vengono abitualmente macellati, una storia che è stata raccontata più volte anche in altri documentari, perché ha cambiato narrazione? Tabrizi viene messo in guardia da altri attivisti intervenuti nel documentario di stare all’erta, perché verrà pedinato dalla polizia e addirittura spiato nella sua stanza d’albergo, il governo si fa in quattro per fare in modo che tutto questo massacro rimanga circoscritto e sotto controllo. In realtà quello che vediamo davvero è che Tabrizi viene fermato dalla polizia senza una motivazione apparente, tanto meno viene bloccato, infatti riesce a intrufolarsi nella baia del massacro e portare a casa il suo terrificante filmato. Missione compiuta, (ma non eravamo rimasti alla plastica?) fine, torna a casa, la sua missione da attivista consisteva solo nel fornirci delle immagini forti che si possono trovare su YouTube e che mostra, senza ombra di dubbio quello che fanno i cacciatori di delfini in quel luogo. Sicuramente per chi non si è mai affacciato a questa situazione è davvero agghiacciante, ma non è una novità per chi mastica un minimo l’argomento. (Ma non eravamo rimasti alla plastica?).

Per fortuna Tabrizi non si ferma qui e segue il percorso, ormai indicato a chiare lettere, su quello che potrebbe celarsi dietro il mondo della pesca commerciale, così cambia rotta venendo a conoscenza di innumerevoli massacri dovuti alla pesca illegale, come il pericolo per la specie di tonno rosso in estinzione, il massacro di massa di squali sempre più rari e il loro spinnamento che alimenta un’industria multimilionaria spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose, un mercato che si diffonde soprattutto in Asia e in particolare in Cina per la zuppa di pinne. Arriva a scoprire che il logo “dolphin safe”, presente su tantissimi prodotti a base di tonno, in realtà non salva un bel niente e non è garanzia di nulla. L’industria della pesca è sovvenzionata da molti governi mondiali, nonostante ci sia una grossolana mancanza di regolamentazione e supervisione, siamo completamente all’oscuro di quello che mettiamo sulle nostre tavole e soprattutto nei nostri corpi. Nessuna garanzia e, ancora peggio, nessuno può darcene. Inoltre è molto chiaro il concetto espresso nel documentario di come pesca portata all’eccesso sia molto più devastante della deforestazione, oppure come la parola “sostenibile” venga usata troppo spesso nel marketing per vendere di più, perché va di moda. Infine, ultimo ma non ultimo, vediamo come l’industria della pesca in Tailandia sia sovvenzionata da schiavi non pagati, avete capito bene, stiamo parlando di vera e propria schiavitù. Anche in questo caso ci avviciniamo a qualcosa di importante ma resta davvero troppo marginale.

Seaspiracy non è il primo documentario che racconta di questo terribile mondo, sicuramente verranno alla mente The Cover, premio Oscar 2009, e il film del 2013 Blackfish, in particolare Seaspiracy risulta più efficace del primo ma meno del secondo. Il prodotto in sé parte bene, ha un sacco di spunti davvero interessanti per un atteggiamento più consapevole verso un mercato di cui si parla troppo poco, per esempio, un passaggio davvero fondamentale di Seaspiracy è quando Mark Palmer, dell’Earth Island Institute, un gruppo ambientalista senza scopo di lucro, spiega come mai non è possibile garantire che le scatolette di tonno siano davvero “dolphin safe”, perché quando sei nell’oceano non puoi sapere cosa stanno facendo, perché gli osservatori preposti per controllare che tutto sia regolare sono corruttibili ma, ancora peggio, molto più presso non sono proprio presenti, quindi non c’è nessuno a testimoniare cosa stia affettivamente succedendo in mare, di chi ci si fida allora? Del comandante del peschereccio che non ha nessuna intenzione di stare a fare la conta dei delfini vivi o morti, quindi alla domanda: “Ci sono delfini nel pescato?” il comandante risponde, “certo che no”, viene pagato per il servizio svolto ed ecco lì che compare la scritta “dolphin safe” sulle scatolette di tonno. La conclusione di Palmer è forse una delle cose più razionali del suo discorso contraddittorio, “Il mondo può essere un posto difficile, a volte”. E già… una frase che potrebbe racchiudere il senso di tutto il documentario, nessuna salvezza, nessuna garanzia, navighiamo alla cieca in un mare di ingiustizie e sembra che vada bene così un po’ a tutti.

Alla fine Tabrizi mette insieme un ritratto per lo più efficace sull’industria del pesce, molto più inquietante di quanto ci si potrebbe aspettare, soprattutto da chi si professa un “salvatore”, viene mostrato come questa sia davvero un’industria abbandonata a se stessa e senza scrupoli, quello che fa perdere un po’ di credibilità al prodotto è quando lo stesso Tabrizi cerca di confondere un po’ le acque con azioni da documentarista in prima persona: gli inesistenti incidenti con le autorità, tanto rumore per nulla, oppure come quando ridisegna la scena al Marine Stewardship Council, come se fosse stato cacciato, quando in realtà le sue richieste di interviste vengono proprio ignorate. La pecca di questo documentario è che cade nella trappola del voler fare del giornalismo sensazionalista, ad un certo punto Tabrizi si unisce al gruppo Sea Shepherd, movimento a difesa dei mari, una sorta di versione militarizzata di Greenpeace, va con loro in un raid notturno dove salgono su un peschereccio illegale, le azioni sono rapide, ci sono le telecamere a infrarossi, persone armate, è tutto molto ansiogeno, le immagini sono davvero coinvolgenti e ti portano nel mezzo dell’azione. Il problema centrale che i documentaristi come Tabrizi devono affrontare è quello dell’intrattenimento, le persone vogliono vedere scene forti per restare attaccati allo schermo. Non mancano infatti le telecamere nascoste per infiltrarsi a una fiera internazionale del pesce riservata agli addetti ai lavori, in un’altra sequenza Tabrizi riesce a incastrare i portavoce di Plastic Pollution Coalition, un gruppo di difesa e un’organizzazione di movimenti sociali che cerca di ridurre l’inquinamento da plastica, riuscendo a portare a casa delle dichiarazioni contraddittorie. Insomma tutte le informazioni che porta a galla sono davvero importanti e interessanti ma si fermano sempre alla superficie. Viene quasi da pensare che il pubblico possa rimanere notevolmente scioccato per quell’ora e mezza della durata del documentario, ma una volta spenta la televisione continui la sua vita come prima, perché non ha colpito nel segno, ma ha fatto un bello show capace di portare molto pubblico a sintonizzarsi su Netflix, solo che così si rischia che tutto il lavoro venga vanificato a favore dello spettacolo.

In realtà questa non vuole essere una stroncatura, anzi, si può di certo dire che l’approccio scelto non sia completamente sbagliato, sono proprio le fonti di Tabrizi che danno al film una sua credibilità e dignità, per esempio essere riuscito ad avere delle dichiarazioni importanti da una delle sue eroine, Sylvia Earle, oceanografa di fama mondiale, fondatrice di Mission Blue e di Deep Ocean Exploration and Research, la cui profonda conoscenza dell’argomento da grande credibilità al lavoro di Tabrizi, la stessa afferma che negli anni è stata testimone di una delle più grandi epoche di scoperta degli oceani, ma allo stesso tempo, la più grande epoca di perdita. Ascoltare le sue parole è forse la parte più importante di tutto il documentario e la stessa arriva a un’unica, inevitabile conclusione, “Non è troppo tardi per coltivare la speranza di avere una casa in questo universo, per rispettare ciò che abbiamo e proteggere ciò che ci resta”. “Il modo migliore per contribuire alla sostenibilità globale è semplicemente non mangiare pesce”.

In conclusione Seaspiracy non è la forma più pura di giornalismo documentaristico, troppo sensazionalismo per catturare pubblico a discapito delle conclusioni, ma nonostante tutto Tabrizi riesce a esprime il suo punto di vista con sufficiente persuasione e questo lo rende più che meritevole del vostro tempo.